Ho scritto tanto su Gaza. L’ho fatto con la testa, coi dati, con l’urgenza del cronista.
Ma mai come ora mi soffermo a riflettere davvero sul significato profondo di ciò che accade. Mai come ora sento il bisogno di ascoltare quel silenzio assordante che arriva da lì, da una striscia di terra schiacciata tra l’indifferenza e la fame, dove i bambini non piangono più perché non ne hanno la forza. Da mesi Netanyahu guida un governo che agisce senza vergogna, mentre l’Occidente – quello che si autoproclama culla della civiltà – volta lo sguardo Lui governa un paese dove, se solo alzi la voce con un bambino, ti ritrovi davanti ad un giudice. Eppure, pochi chilometri più in là, gli è stato concesso di lasciarne morire a migliaia, di fame, di sete, di bombe, bloccando al confine centinaia di camion carichi di aiuti umanitari
che arrivano da ogni parte del mondo. A Tel Aviv, per uno schiaffo, si viene processati per direttissima. A Gaza, i bambini muoiono mentre aspettano una tanica d’acqua. E quando arriva il cibo, se arriva, viene distribuito peggio che in una porcilaia. Mi chiedo come sia potuto accadere tutto questo. Come un popolo fiero come quello ebraico, capace di sopravvivere ai secoli, vittima del più atroce genocidio del Novecento, abbia potuto permettere che un uomo come Netanyahu, più simile a chi li ha sterminati che a chi li ha salvati, crescere indisturbato nel ventre di una nazione saggia. Un popolo che ha fatto della memoria e del rispetto per gli anziani un pilastro, che riconosce al vecchio il posto a capotavola fino alla morte, oggi tace. Lascia che tutto questo avvenga in suo nome, mentre la dignità di millenni viene calpestata. E poi c’è l’America. La grande alleata, la custode autoproclamata dei diritti che osserva, commenta, e intanto manda i suoi emissari a discutere di bambini mutilati su uno yacht in Sardegna, tra cocktail e conferenze. È questo ciò che resta dell’Occidente? La civiltà che ci siamo raccontati, la democrazia che abbiamo esportato a suon di guerre, è davvero tutto qui? Ma c’è di più, e forse è ciò che brucia di più: i popoli che dovrebbero proteggere Gaza, che dicono di lottare per la Palestina, sono fermi. Non c’è reazione, non c’è gesto, non c’è rabbia concreta. Nessun attentato, nessuna spinta per far cadere il nemico,
nessuna trappola, neppure l’olio sotto i piedi per farlo scivolare. Netanyahu è ancora lì, sano come un pesce, intoccabile come un dio. E allora mi chiedo, se fossero proprio i bambini di Gaza, quelli senza gambe, senza genitori, senza pane,
ad organizzarsi per abbattere chi li ha ridotti così, troverebbero qualcuno disposto ad aiutarli? Oppure sarebbero arrestati, processati, e rimandati a morire tra le macerie e la fame? Sono queste le domande che mi porto dentro. E sono queste che vi affido, nella speranza che non restino solo parole, ma diventino consapevolezza, azione, memoria viva. Perché nessun bambino dovrebbe mai gridare vendetta. Eppure, a Gaza, è tutto ciò che gli resta.