Il silenzio del governo Meloni di fronte alla tragedia palestinese è ormai non solo imbarazzante, ma colpevole. In un momento in cui la popolazione civile a Gaza viene decimata sotto le bombe, ospedali e scuole vengono rasi al suolo, interi quartieri cancellati, l’Italia sceglie di non vedere. E lo fa proprio mentre altri paesi europei, anche di peso, cominciano finalmente a parlare con chiarezza.
La Francia e la Germania, proprio nelle ultime ore, hanno annunciato l’intenzione di procedere verso il riconoscimento dello Stato di Palestina. Si uniscono così a Spagna, Irlanda, Norvegia e ora anche al Regno Unito, che ha apertamente dichiarato che la soluzione per una pace duratura passa attraverso il principio irrinunciabile di “due popoli, due Stati”. Non è solo un atto di solidarietà, ma una scelta strategica: chi continua a ignorare i diritti del popolo palestinese sta minando anche la sicurezza e la stabilità dell’Europa.
Eppure l’Italia, che storicamente è stata il principale ponte tra Europa e mondo arabo, oggi appare immobile, rinunciataria, timorosa. Un tempo eravamo un attore ascoltato e credibile nel Mediterraneo. Oggi siamo ridotti al silenzio. Un silenzio che non è prudenza diplomatica, ma ignavia politica.
Nel nostro Paese, intanto, cresce una pressione trasversale per un cambio di passo. Sempre più attori della società civile, accademica e diplomatica chiedono il riconoscimento della Palestina, o almeno un’azione concreta per fermare la spirale di morte. Grandi città, sindaci, università, ex ambasciatori, reti della cooperazione internazionale, studenti, associazioni e ampie fette dell’opinione pubblica si sono pronunciati. Persino il Vaticano ha espresso, con chiarezza, la necessità di non restare muti davanti a una catastrofe umanitaria di queste proporzioni.
E in questo vuoto cresce un’altra ombra: il ritorno di atti antisemiti, anche in Italia. Atti inaccettabili, che rivelano un sentimento latente, pericoloso, alimentato da ignoranza diffusa e dall’analfabetismo funzionale di molti. Un’ignoranza che trova carburante nella politica criminale del governo Netanyahu, che ha fatto della rappresaglia e della punizione collettiva una strategia quotidiana.
Ma va detto con forza: la condanna dei crimini del governo israeliano non ha nulla a che vedere con l’antisemitismo. Criticare chi bombarda civili e devasta un intero popolo non significa attaccare il popolo ebraico, che è parte fondamentale della nostra cultura e della nostra democrazia. È anzi dovere delle istituzioni democratiche difendere sia la comunità ebraica che i diritti universali. E proprio per questo serve chiarezza, lucidità, coraggio.
Invece, il governo Meloni continua a scegliere la via più comoda: quella dell’ambiguità, dell’allineamento incondizionato, del silenzio interessato.
Così si perde credibilità. Così si perdono alleanze. Così si perdono valori.
Se anche ora, sotto la spinta dell’opinione pubblica e dell’isolamento internazionale, il governo decidesse di rompere il silenzio, arriverebbe comunque ultimo. Avrebbe già perso l’occasione politica, quella che permette a un Paese di essere guida e non fanalino di coda. Ma c’è ancora una posta in gioco più alta: può almeno sanare una questione etica, e questo, alla fine, è ciò che davvero conta.
Perché si può sbagliare strategia, ma non si può restare indifferenti alla sofferenza umana.