Mentre il conflitto in Ucraina continua a logorare vite e territori, nei corridoi della diplomazia internazionale qualcosa si muove. Donald Trump e Vladimir Putin sembrano aver trovato un’intesa sotterranea, una strategia già condivisa con i cosiddetti “volenterosi ipocriti” – tra cui figurano nomi di rilievo come Donald Tusk e Ursula von der Leyen. Mentre a Londra Stammer prepara Zelensky per un auspicabile faccia a faccia con lo zar rifilandogli l’ennesima fregatura del tipo: tieni duro, sei il più forte. L’obiettivo? Una soluzione che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, guarda dritto alla realpolitik. Il piano prevede un cessate il fuoco accompagnato dalla sospensione della legge marziale in Ucraina. Questo passaggio permetterebbe al Paese di tornare alle urne e formare un nuovo governo, legittimato a riaprire i negoziati di pace. Il Cremlino da parte sua sarebbe disposto a riconoscere l’interlocutore emerso dalle elezioni per costruire un rapporto di vicinato “pacifico e durevole”. Ad Anchorage, sede dove si sono svolti i colloqui tra Donald Trump e Vladimir Putin, non si è parlato di NATO, né tantomeno di ingresso nell’Unione Europea. In pratica, si è cercato di congelare ogni ambizione geopolitica dell’Ucraina in attesa che le urne decretino chi guiderà il Paese. Una transizione silenziosa, volutamente priva di clamore, in cui l’Europa resta defilata, ostentando ancora il proprio ruolo di custode della giustizia e promotrice di pace. Eppure, basterebbe uno sguardo al Sudan, dove milioni di bambini soffrono la fame e la guerra nell’indifferenza generale, per comprendere quanto questa narrazione europea sia vuota. Le famose “colombe della pace” sembrano selettive nei loro voli. Forse perché i 27 membri dell’Unione non vedono, nel dramma sudanese, un ritorno economico. E per chi non produce armi, la pace non vale investimenti. Intanto, vecchi fantasmi tornano a galla. L’Inghilterra – secondo alcuni – avrebbe messo le mani sulle ricchezze sudanesi con la complicità dell’Egitto. La storia coloniale europea è segnata da saccheggi e oppressioni: dal Sud America dei tempi di Cortés, dove agli indigeni veniva rubato persino il pane, alle razzie globali di Francia e Inghilterra. Oggi, proprio quei Paesi vogliono insegnare come si “allevano colombe di pace”. Ma sono gli stessi che per oltre tre anni hanno spinto Zelensky a resistere, a combattere, a sacrificare ogni uomo per tenere testa a una delle potenze militari più potenti del pianeta. Forse prima di alimentare il fuoco della guerra, ci si sarebbe dovuti chiedere perché. Ora, trovata una nuova convenienza, gli stessi attori che hanno sostenuto l’intransigenza ucraina sembrano pronti a scaricare Zelensky. La pace torna improvvisamente possibile. Il punto chiave è che l’Ucraina torni a votare il prima possibile. Il candidato accettabile – o meglio, il fantoccio vincente da contrapporre a Volodymyr – è già pronto. La mossa successiva sarà venderlo come l’uomo della pace, dimenticando in fretta chi ha soffiato sul fuoco e chi ha bruciato davvero.
Ucraina: il prezzo della pace e il fantoccio già pronto