Il Fondo

Lo sgombero di Gaza è peggio della bomba atomica

Di U.S. Navy Public Affairs Resources Website - http://www.chinfo.navy.mil/navpalib/images/historical/hiroshima.jpg, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=91928

A duemila anni dall’esodo biblico, la storia sembra invertirsi: questa volta sono i palestinesi a essere costretti ad abbandonare la loro terra. Si parla persino di possibili trasferimenti in Libia, dove alcuni contatti sembrano essere in corso. Milioni di persone, imprigionate in un’area sempre più ristretta, vivono in condizioni disumane, tra campi profughi e traffici illeciti che scuotono la coscienza, non solo per la brutalità di chi li gestisce, ma anche per il silenzio complice di chi, nel mondo, trae vantaggio da questa disperazione. Il rischio di una reazione sociale globale non è da sottovalutare. L’ingiustizia e la sofferenza generano odio, e l’odio si trasforma facilmente in violenza. Centinaia di migliaia di persone potrebbero diventare, loro malgrado, simboli viventi di una rabbia senza sfogo, rivolgendosi contro un Occidente percepito come indifferente, quando non connivente, nei confronti di un governo israeliano guidato da un premier colpito da un mandato di arresto internazionale. L’Europa, e più in generale l’Occidente, negli ultimi decenni si è spesso presentata come paladina della pace. Ma troppo spesso la diplomazia si è limitata a parole e bandiere, mentre sul campo si continuava a morire. Se la produzione simbolica della pace è diventata un’abitudine, sembra esserlo anche l’incapacità di agire concretamente per impedirne la negazione. Di fronte a quanto sta accadendo a Gaza – bombardamenti quotidiani, sgomberi forzati, interi quartieri rasi al suolo – ci si chiede cosa debba ancora succedere perché la comunità internazionale smetta di voltarsi dall’altra parte. Il tutto viene giustificato come risposta agli attacchi del 7 ottobre 2023, e alla necessità di liberare gli ostaggi. Ma questa narrazione non può giustificare la punizione collettiva di un intero popolo, le cui vittime sono in gran parte civili, bambini inclusi. Non è una questione di numeri, ci viene detto, ma di principio. Eppure, i principi del diritto internazionale e dell’umanità sembrano essere stati messi da parte. Gaza è stata trasformata in un laboratorio di guerra e di punizione, e chi oggi dovrebbe ricordare cosa significa essere vittima di persecuzioni, sembra averne smarrito la memoria storica. Perché allora, ci si chiede, l’Occidente reagì con forza davanti ad altre atrocità, e oggi resta in silenzio? Non vorremmo pensare che la differenza la faccia il valore economico o strategico di un popolo. I palestinesi non hanno risorse per difendersi, e neppure per interessare veramente chi potrebbe proteggerli. Se non è una bomba atomica quella che sta colpendo Gaza, certamente ne ha gli effetti: migliaia di morti, metà dei quali bambini, una terra resa inabitabile, un popolo cancellato casa dopo casa. È una catastrofe umanitaria di proporzioni storiche. E allora, se davvero crediamo nei valori fondanti della civiltà democratica, giustizia e responsabilità devono valere per tutti. Anche per chi guida un Paese che si proclama democratico. La giustizia non può avere doppi standard. Perché la bomba atomica non è solo quella che esplose a Hiroshima e Nagasaki. Anche Gaza oggi ne porta i segni.