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Perché dare il Nobel per la pace ai bambini di Gaza

Per ProtoplasmaKid - Obra proprie, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=30420065

In questi 23 mesi di guerra nella Striscia di Gaza il bilancio è ormai disumano: oltre 20.000 bambini uccisi, decine di migliaia feriti, migliaia con disabilità permanenti secondo Save the Children. Le scuole, gli ospedali, le strutture essenziali sono stati gravemente danneggiati: il 97 % delle scuole e il 94 % degli ospedali non funzionano come prima. La malnutrizione cresce in modo irreversibile: oltre 5.000 bambini tra sei mesi e cinque anni hanno richiesto cure per “malnutrizione acuta”. La crescita del fenomeno è drammaticamente esponenziale. Sono dati che non possono essere ignorati perché parlano non solo di morti ma di futuro negato. Queste cifre attestano che i bambini a Gaza non sono solo vittime, lo sono nella carne e nella mente, ma – aldilà della tragedia – rivelano una sostanza di eroismo negli atti minimi: il pianto silenzioso, il soccorso improvvisato, la sopravvivenza nonostante tutto. Il riconoscimento del Nobel per la pace non è un gesto simbolico vuoto ma può essere un presidio morale forte. Assegnarlo alla memoria dei bambini di Gaza, a coloro che sono morti o sono viventi ma segnati, equivarrebbe a dire che non c’è ossessione militare che giustifichi la distruzione della civiltà, che non c’è potere politico o militare che possa ignorare i dettami del diritto umanitario, che la comunità internazionale non sopporta l’indifferenza. Inoltre vi sono sviluppi istituzionali che rendono ancora più urgente questo riconoscimento: la Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella guerra su Gaza. Un’azione di questo tipo non basta da sola ma disegna il contorno della responsabilità internazionale. Dare il Nobel per la pace ai bambini di Gaza significherebbe far valere ciò che spesso resta sulla carta: protezione dei civili, sacralità dell’infanzia, obbligo di garantire cibo, acqua, cure e istruzione anche in guerra. È anche una sfida ai regolamenti, alle procedure, alle pressioni geopolitiche: un gesto che metterebbe alla prova la credibilità di quelle istituzioni che hanno il diritto – e il dovere – di premiare la pace. Non si tratta di scegliere un eroe tra leader politici o nazioni, ma elevare la voce dei più deboli. Se per un anno la voce di questi bambini potesse essere il motivo principale per cui il Nobel è assegnato, allora forse una lezione si imparerebbe: la pace non è solo assenza di guerra ma riconoscimento del valore dell’umanità. Consegnarlo a Trump come ha chiesto Netanyahu sarebbe un insulto alla memoria dei bambini uccisi, menomati e falcidiati dai missili e dalle bombe americane ed europee.