Volodymyr Zelensky guarda a Donald Trump e gli chiede l’impossibile: fermare Mosca, riportare il silenzio sulle linee del fronte, aprire la strada ad un cessate il fuoco. Ma il miracolo non abita alla Casa Bianca, né può scaturire dalla sola volontà di Kiev. Dopo oltre tre anni di guerra, l’Ucraina è allo stremo. La disillusione cresce, i giovani disertano e chiedono un futuro che non sia soltanto trincea. Ci raccontano che tutto si giochi sul campo. Che dipenda da quanti territori Zelensky saprà riconquistare o cedere prima di sedersi al tavolo con Putin. Una narrazione comoda, ma fuorviante. Dietro il sipario la trattativa vera ha altri attori e altre leve. Lo scambio di prigionieri, i bambini deportati, le accuse reciproche: dettagli tragici, certo, ma secondari in una guerra che ha radici più profonde e compromessi taciuti. Il bandolo della matassa non è a Washington. È a Bruxelles. Perché il vero snodo non è militare, ma politico. È l’Unione Europea che deve rimettere sul tavolo il peso delle sue scelte: ritirare il mandato d’arresto internazionale per Putin, rivedere le sanzioni, riconoscere – senza ipocrisie – di aver spinto troppo in là l’espansione della NATO. L’Ucraina in tutto questo è stata più strumento che protagonista. Si è investito molto nel sostegno a Kiev senza porre limiti né strategie di uscita. Non per generosità, ma per coprire un’altra verità: la guerra è stata anche un’occasione. Non per Putin, che non ha alcun bisogno di annettere nuovi territori – ne controlla già più di quanti possa amministrare – ma per un’Europa desiderosa di mostrarsi compatta, mentre alimentava una crisi che le sarebbe tornata utile, domani, al momento della ricostruzione. E allora sì, Trump può fare qualcosa. Ha già fatto il primo passo, offrendo ad agosto ad Anchorage un luogo per ricominciare a parlarsi. Ricordate le critiche feroci quando accolse Putin con tutti gli onori? Ma con una potenza nucleare non si negozia come con un gruppo terroristico. Serve dialogo, serve diplomazia, serve faccia tosta. Altro che moralismo. Zelensky non può reggere da solo. E non deve affidarsi a chi, come Macron, ha tutto l’interesse ad un’escalation pur di evitare elezioni anticipate. L’Europa, oggi, non offre certezze. Solo confusione, contraddizioni, leadership deboli. Se davvero cerca una via d’uscita Kiev dovrebbe seguire chi ha ancora voce per parlare con Mosca. Non per cedere, ma per fermare il logoramento che sta piegando l’Ucraina più dei missili. Il metodo già lo conosciamo. È quello sperimentato al Cairo tra Israele e Hamas. Due stanze, un mediatore, nessuna stretta di mano. Ma è da lì che si inizia. Trump ha il profilo per farlo. Non si lasci distrarre da chi ha interesse a prolungare la guerra. Accompagni Zelensky a Mosca, oppure gli apra un canale. Qualcosa in ogni caso deve muoversi. Perché ha ragione Zelensky a chiedere un miracolo. Ma il miracolo ora si chiama politica. E forse l’unico a poterne scrivere l’incipit non siede più nei palazzi dell’Europa, ma si chiama Donald Trump, protagonista del cessate il fuoco a Gaza e del rilascio degli ostaggi israeliani.
Zelensky, Trump e l’illusione del miracolo