Il Fondo

Zelensky vuole vuole vuole questa volta i Tomahawk

ZELENSKY

L’Ucraina è stata invasa dalla Russia nel freddo inverno del 2022 dopo un lungo periodo di manovre militari ai confini dei due Paesi. Nonostante le minacce, Putin aveva sempre assicurato che non avrebbe permesso ai suoi carri armati di imboccare la strada per Kiev. Qualche ora prima dell’invasione aveva parlato con Macron sostenendo che le voci sull’attacco fossero solo congetture. Il giorno dopo una colonna interminabile di mezzi blindati marciava verso la capitale ucraina seminando distruzione lungo il percorso. Negli anni successivi fino ad oggi si è assistito a prepotenze, attacchi indiscriminati ed allo sgretolamento dell’intero Paese: l’Ucraina. Zelensky ha conquistato stima e solidarietà dell’Occidente; Europa e Stati Uniti hanno fornito armi e risorse per sostenere la resistenza. La storia è nota. Ma col tempo l’aiuto diventa abitudine e si comincia a chiedere con forza: se cadesse l’Ucraina, Putin sarebbe pronto a conquistare l’Europa riscrivendo la storia al contrario. Non è più Napoleone che tenta la campagna di Russia fino a San Pietroburgo solo per fallire, né Hitler che attacca la Russia e si impantana alle porte di Leningrado. Per Zelensky, Mosca punta a Bruxelles e all’Unione Europea. È una tesi audace, ma è questa la visione del Presidente: lui non chiede soltanto aiuto ma afferma che, aiutando l’Ucraina, l’Europa aiuta sé stessa. Così Zelensky chiede risorse, alleggerendo le tasche delle famiglie europee a vantaggio di falchi pronti – una volta siglata la pace – a ricostruire un enorme Stato sulle spalle del ceto medio‑basso dell’UE. Guidati da una inaspettata von der Leyen nelle vesti di Giovanna d’Arco che sprona i sostenitori ad armarsi e reagire agli attacchi russi – con droni che cadono dal cielo non per i polacchi, ma per il vento. Ora in questo incessante chiedere si giunge a un punto di svolta: Zelensky vuole che l’America gli presti i micidiali Tomahawk per far tremare Putin e, se necessario, radere al suolo Mosca. A quel punto non si tratterebbe più di una guerra russo‑ucraina, ma di una guerra senza ritorno.