Per carità, nessuno sostiene che i palestinesi siano tutti persone perbene o che Hamas non sia un gruppo di terroristi delinquenti capaci persino di ingannare restituendo due volte la stessa salma di un ostaggio. Ma come spesso accade la risposta di Israele è di un’abnormità sconcertante. Tel Aviv denuncia il mancato rispetto degli accordi di Sharm el-Sheikh e subito riprende a bombardare i territori di Gaza, dove migliaia di famiglie senza casa faticano ancora a mangiare e bere nonostante gli aiuti internazionali. Il disprezzo reciproco tra questi popoli sembra atavico e ogni pretesto diventa buono per riaccendere l’Inferno. Ognuno ha le proprie ragioni, e non è questa la sede per ripercorrere i millenni di conflitti, ma solo per ricordare i fatti più recenti: l’attacco brutale e infame di Hamas del 7 ottobre 2023 contro civili israeliani inermi, e la guerra scatenata in risposta dal governo Netanyahu a capo di uno degli eserciti più sofisticati del mondo. Per oltre due anni – fatto unico nella storia recente – Israele ha colpito duramente una popolazione civile che ha avuto la sventura di essere guidata da Hamas, vincitore delle ultime elezioni.
Questo non giustifica nulla, né da una parte né dall’altra, ma riassume i fatti che negli ultimi ventiquattro mesi hanno inorridito il mondo. L’odio è ormai così radicato da sembrare impossibile da contenere. L’ultimo episodio lo dimostra: a una nuova provocazione di Hamas, Israele risponde ancora una volta con un eccesso di forza.
Intanto la comunità internazionale osserva, divisa e impotente. Le grandi potenze oscillano tra dichiarazioni di principio e timide pressioni diplomatiche, mentre l’opinione pubblica mondiale rischia di abituarsi all’orrore. Eppure basterebbe una visione politica condivisa per invertire la rotta, un progetto realistico che restituisca futuro ad una terra martoriata dove metà della popolazione è composta da bambini che non conoscono altro che guerra. Forse c’è un solo modo per attenuare questa barbarie: che i Paesi firmatari dei venti punti della pace offrano subito agli sfollati un alloggio dignitoso, scuole, ospedali e un reddito di cittadinanza minimo, perché i palestinesi possano sopravvivere con dignità fino alla ricostruzione delle città e dell’economia.
E, perché no, visto che Luigi Di Maio in quella regione ha già maturato un’esperienza e in Italia aveva promesso di sconfiggere la povertà, potrebbe essere nominato incaricato speciale dell’Unione Europea per aiutare a dipanare questa complicata matassa.