Il Ponte sullo Stretto di Messina è uno di quei temi che tornano ciclicamente nel dibattito pubblico italiano. Puntualmente divide, infiamma gli animi, polarizza. Eppure, al netto delle legittime critiche, continuare a liquidarlo come una follia senza senso è un errore. Il progetto ha una sua dignità, una visione strategica, e risponde – almeno in teoria – a un’esigenza reale. Non è un mistero che Sicilia e Calabria soffrano di un isolamento infrastrutturale cronico. La rete ferroviaria è carente, le strade spesso inadatte a sostenere un traffico moderno, e l’attuale sistema di traghettamento sullo Stretto rappresenta un collo di bottiglia che penalizza la mobilità di persone e merci. Il Ponte, in questo contesto, può essere un tassello importante. Ma attenzione: da solo non basta. Perché l’opera sia davvero utile e sostenibile, serve un piano di investimenti ampio e coerente, che comprenda il potenziamento delle ferrovie, la riqualificazione delle strade, e una visione logistica integrata tra Nord e Sud. Senza questi interventi, il rischio è quello di costruire una cattedrale nel deserto. In campagna elettorale, però, il Ponte diventa il bersaglio perfetto. Criticare il governo per averne rilanciato la realizzazione è diventata una scorciatoia polemica, spesso più utile a ottenere visibilità che a proporre soluzioni. Ma questo riflesso automatico rischia di essere controproducente, specie per un centrosinistra che dovrebbe puntare sulla credibilità e sulla concretezza. Diciamolo con chiarezza: non è che a sinistra brillino sempre per competenza. Le uscite di alcuni esponenti ricordano per toni e contenuti quelle dei Lollobrigida, dei Nordio o dei D’Urso. L’elettorato non è più disposto a tollerare né slogan né personaggi sopra le righe. Chiede risposte serie, misurabili, credibili. E i problemi veri non stanno nel Ponte, ma altrove. Il caro vita colpisce duramente le famiglie, i prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati in modo quasi incontrollato, e la sanità pubblica arretra giorno dopo giorno lasciando spazio alle strutture private. In tutto questo, le opposizioni faticano a farsi sentire, prese più dal gioco delle parti che da una reale proposta alternativa. Serve più pragmatismo e meno ideologia. Gli italiani non vogliono sentirsi dire che “il gas russo è immorale” mentre sono costretti a pagare bollette gonfiate da accordi poco trasparenti con fornitori americani. Il principio di giustizia internazionale è importante, certo, ma quando entra in conflitto con il bilancio familiare, qualche riflessione diventa inevitabile. Chi ce lo spiega, con parole chiare e senza retorica, perché dobbiamo pagare di più per lo stesso prodotto? E perché il costo delle scelte politiche ricade sempre sui cittadini e mai su chi le prende? Oggi una bolletta da mille euro pesa in maniera molto diversa su chi ha uno stipendio da ventimila euro al mese rispetto a chi ne guadagna milleduecento. E questo, ormai, lo hanno capito tutti. Siamo a un bivio. L’Italia ha bisogno di meno parole e più visione. Aiutare chi è in difficoltà è giusto, ma a condizione che il costo sia sostenibile per tutti. Questo vale anche per le grandi opere. Il Ponte sullo Stretto non è il problema. Il problema è pensare che basti un pilone d’acciaio a unire un Paese che continua a ignorare le sue fragilità strutturali. Criticare il progetto può avere senso, ma demonizzarlo a prescindere no. La maggioranza degli elettori lo sa. E lo capisce.
Il problema è politico, il Ponte non tutto è da buttare