Di fronte agli eventi di Torino, il dibattito pubblico italiano non si è limitato a condannare gli episodi di violenza — atto doveroso che appartiene al perimetro della convivenza civile — ma ha operato un salto di natura autoritaria che è puramente e ferocemente pregiudiziale. Non c’è stata analisi, non c’è stato ragionamento: si è attivato un automatismo ideologico che ha trasformato la partecipazione collettiva in una colpa d’origine. È l’instaurazione di un tribunale del sospetto che non attende i fatti, ma li precede, trasformando l’aria stessa che si respira in una manifestazione di cinquantamila persone in una prova indiziaria di massa. Questo approccio trasforma la piazza da luogo del dissenso a scena del crimine potenziale, dove la semplice presenza fisica diventa un marchio d’infamia da cui il cittadino deve difendersi preventivamente, invertendo l’onere della prova: non è lo Stato a dover dimostrare la colpa, è il manifestante a dover dimostrare la propria “distanza” morale dal contesto in cui ha scelto di stare.
Il primo fenomeno a cui abbiamo assistito è l’ormai consueta, eppure sempre più asfissiante, corsa alla dissociazione da parte delle opposizioni. Le forze di centrosinistra, terrorizzate dall’essere dipinte come “fiancheggiatrici” dalle corazzate mediatiche di governo, si sono affrettate a esibire certificati di buona condotta democratica, finendo però per cadere in una trappola retorica paralizzante che ne annulla l’identità. Questa dinamica rivela una fragilità strutturale e una subalternità culturale: l’opposizione accetta passivamente il campo da gioco e il lessico dettato dall’avversario, convalidando implicitamente il pregiudizio che ogni protesta radicale sia intrinsecamente sospetta. Quando la politica smette di parlare delle ragioni profonde della protesta — la povertà che morde i salari, il diritto all’abitare negato, l’erosione sistematica dei servizi pubblici — per rispondere esclusivamente alle accuse di “connivenza con i violenti”, la vittoria culturale della destra è già completa, poiché il focus è stato spostato chirurgicamente dal merito dei problemi al metodo della piazza, svuotando di senso ogni rivendicazione sociale.
L’offensiva mediatica guidata dalle corazzate editoriali di Angelucci e Caltagirone, supportata da un coro televisivo pressoché unanime, ha riesumato lo spettro degli “anni di piombo” con una spregiudicatezza storica strumentale, utile solo a terrorizzare il ceto medio e a compattare l’elettorato d’ordine. Vedere Bruno Vespa che, in un esercizio di paternalismo inquisitorio, chiede ad Angelo Bonelli — leader di Europa Verde e portavoce dell’Alleanza Verdi e Sinistra — di rendere conto al padre poliziotto centenario della propria condotta politica, non è solo un esempio di cattivo gusto: è un preciso atto di infantilizzazione del dissenso politico. Si riduce il conflitto sociale, fatto di istanze politiche e materiali, a una mera questione di “buona educazione” o di tradimento dei valori familiari e patriarcali. È una personalizzazione che svuota la politica della sua dignità, trasformando il confronto democratico in un tribunale dei sentimenti e delle genealogie, dove il “figlio degenere” è chiunque non si pieghi alla narrazione del decoro e dell’ordine costituito imposto dai nuovi araldi del potere meloniano.
Il paradigma è diventato brutale: se eri presente, o se provi a spiegare le radici della rabbia sociale, diventi automaticamente un “sodale”, un “cattivo maestro” o un erede morale delle Brigate Rosse secondo il teorema dei vari Paolo Mieli e dei commentatori di area. È un dispositivo retorico di controllo sociale che serve a tappare la bocca a chiunque voglia analizzare la realtà senza i paraocchi dell’ordine pubblico inteso come valore assoluto. Quando l’ordine pubblico smette di essere lo strumento per garantire l’esercizio delle libertà e diventa l’unico metro di giudizio della salute di una nazione, la democrazia stessa smette di essere un progetto di convivenza e si trasforma in un regolamento condominiale sorvegliato, dove ogni voce fuori dal coro è percepita come una minaccia alla stabilità dell’edificio e un insulto alla sacralità dello Stato.
Il paradosso finale è, se possibile, ancora più grottesco: oggi assistiamo allo spettacolo di una classe dirigente post-fascista che pretende di fare le pulci alla moralità degli antifascisti. Coloro che sono gli eredi politici di un mondo che non ha mai rinnegato del tutto la destra eversiva — quella che tra una strage e l’altra ha devastato il Paese uccidendo magistrati, poliziotti e civili innocenti — si ergono a giudici di chi ha liberato l’Italia dalla dittatura. È l’apice dell’assurdo: il partito di Giorgia Meloni continua a rifiutarsi di riconoscere l’antifascismo come valore fondante della Repubblica, così come solennemente sancito dalla nostra Carta Costituzionale, e mantiene orgogliosamente nel proprio simbolo la fiamma tricolore del MSI di Giorgio Almirante. Che proprio da quel pulpito partano accuse di “pericolosità democratica” verso chi dissente, mentre si rivendica una continuità estetica e ideale con il neofascismo, la dice lunga sulla natura di questa restaurazione culturale.
Esiste una profonda e intollerabile ipocrisia nel modo in cui lo Stato gestisce gli spazi sociali e la “legalità” a geometrie variabili. Assistiamo a una solerzia senza precedenti nello sgomberare centri sociali o nel reprimere manifestazioni studentesche con il pugno di ferro di un diritto penale sempre più barbaro, mentre, contemporaneamente, si tollerano zone grigie e sedi della destra radicale, come nel caso emblematico di CasaPound, dove l’apologia del fascismo è esibita con totale impunità sotto lo sguardo distratto delle istituzioni. Questa visione ideologica utilizza il termine “comunismo” come una clava anacronistica, un fantasma evocato ad arte per delegittimare ogni istanza di critica al modello neoliberista. È una strategia di distrazione di massa: mentre il dibattito si avvita su minacce fantasmatiche, le nostre città vengono trasformate in territori d’élite, vetrine gentrificate dove la cultura è ridotta a mero consumo e il diritto alla cittadinanza attiva è riservato solo a chi ha i mezzi economici per non disturbare il manovratore.
La rabbia di un Paese che si scopre ogni giorno più povero, aggredito da una propaganda ferocemente omogeneizzante che nega la sofferenza sociale chiamandola “estremismo”, non può essere risolta con l’inasprimento delle pene o con la creazione di nuovi reati pensati ad hoc per colpire chi protesta. Un Paese che non accetta il conflitto come motore di progresso, che non sa ascoltare il grido che sale dalle piazze e che preferisce il silenzio forzato della repressione e della contumelia mediatica, è un Paese che sta morendo dentro la propria stessa narrazione monopolizzata. Non bisogna avere paura di denunciare questo imbarbarimento che trasforma il dissenso in un crimine pregiudiziale. Chiedere scusa per il solo fatto di esistere come corpo critico significa accettare che la libertà sia una concessione del potere e non un pilastro inalienabile. La vera democrazia non risiede nel silenzio spettrale delle strade “ordinate” dai decreti, ma nel rumore vitale di chi rifiuta di farsi asfissiare e di essere ridotto a un nemico dello Stato per il solo fatto di aver chiesto giustizia.
Antonio LARAIA