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Referendum: se anche Di Pietro, simbolo di Mani Pulite, vota Sì, perché non dovremmo farlo anche noi?

Nell’immaginario collettivo del Paese, Antonio Di Pietro rappresenta, per definizione, il bene contrapposto al male: colui che, insieme ai suoi colleghi, è stato identificato come un magistrato integerrimo, senza macchia e senza paura, capace di combattere la corruzione. In realtà questa visione è in parte semplificata. Il suo percorso successivo lo ha infatti portato a intraprendere la strada della politica. Tuttavia agli inizi della sua carriera pubblica, quando Silvio Berlusconi gli propose il Ministero della Giustizia, seppe resistere al richiamo del potere e rifiutò. Se oggi, di fronte al quesito referendario, sceglie di votare Sì, è perché ritiene necessario un ammodernamento del sistema. Pur riconoscendo il valore e la professionalità dei suoi colleghi, verso i quali nutre profonda stima, sostiene che alcuni aspetti vadano modificati. In particolare approva l’idea che pubblici ministeri e giudici debbano intraprendere percorsi distinti, affinché durante il processo non si percepiscano come appartenenti allo stesso corpo – una questione spesso evocata anche nel dibattito pubblico sulla riforma della giustizia. Naturalmente come ogni cambiamento anche questo non è perfetto e si presta a critiche più che legittime. Tuttavia da qualche parte bisogna pur iniziare.

Per questo anche noi, come lui, vogliamo votare Sì – nonostante il mal di pancia che il simbolo di Mani Pulite continua a provocarci, riteniamo sia più importante l’ammodernamento del Paese.