Rimuovere il titolare del dicastero del Turismo del resto non è affatto semplice se non arriva una scelta volontaria. Non esistono scorciatoie: niente WhatsApp, niente PEC. Un ministro non si “licenzia”, si revoca attraverso passaggi istituzionali ben precisi. La Presidente del Consiglio può proporne la rimozione, ma è il Presidente della Repubblica – ai sensi dell’articolo 92 della Costituzione – a formalizzare nomina e cessazione. In alternativa resta l’arma parlamentare della mozione di sfiducia individuale, già tentata dalle opposizioni e respinta dalla maggioranza. Tradotto: un percorso lungo, politicamente logorante e mediaticamente esplosivo. Un’agonia a cielo aperto che terrebbe il governo inchiodato per settimane, offrendo all’opposizione un bersaglio quotidiano e un palcoscenico permanente. E il centrosinistra non aspetta altro: ogni giorno che passa coltiva la convinzione – forse più politica che aritmetica – di poter giocare la partita delle prossime elezioni da protagonista. Ecco perché paradossalmente la mossa più “politica” sarebbe quella più semplice: le dimissioni. Un passo indietro che alleggerirebbe la pressione, spegnerebbe almeno in parte i riflettori e sottrarrebbe ossigeno a una polemica che altrimenti rischia di diventare strutturale. Ma la tentazione di restare è forte. Non riguarda solo Santanchè. È una postura diffusa, quasi culturale: resistere, resistere, resistere. Anche Giuseppe Conte sembra non sottrarsi a questa logica, coltivando l’idea di un ritorno a Palazzo Chigi. Cadere non è mai definitivo, purché si abbia la prontezza di risalire subito in sella. Oppure, meglio ancora, di non scendere affatto. Il problema è che a forza di restare aggrappati al cavallo si rischia di trasformare la resistenza in immobilismo. E l’immobilismo in politica si paga sempre: magari non subito, ma con interessi altissimi.