C’è un tempo per la propaganda e un tempo per il governo. Questo è il secondo. Eppure la politica italiana continua a vivere come se fosse sempre nel primo. Il contesto non consentirebbe leggerezze: guerre alle porte dell’Europa, tensioni globali, un’economia fragile, una società che porta ancora i segni della pandemia. Servirebbero sobrietà, gerarchia delle priorità, capacità di scelta. Invece domina altro: il riflesso della campagna elettorale permanente. Il risultato è un conflitto continuo, spesso infantile, alimentato da categorie consumate. Fascisti, comunisti, ladri. Parole che non spiegano, non distinguono, non costruiscono. Servono solo a dividere. E mentre il linguaggio si impoverisce, i problemi restano. In questo vuoto la magistratura diventa strumento di lotta politica. La si invoca, la si agita, la si usa. Non per cercare verità, ma per colpire l’avversario o sottrarsi alle proprie responsabilità. È una scorciatoia che la politica imbocca sempre più spesso. E ogni volta ne esce più debole. Il meccanismo è noto e si ripete senza variazioni. Cambiano i nomi, non la dinamica. L’accusa arriva e basta a sé stessa. La condanna è immediata. Le dimissioni vengono chieste prima ancora che le carte siano lette. Le prove diventano accessorie. Le sentenze, quando arrivano, non contano più. A questo contribuisce un sistema mediatico che ha progressivamente sostituito il tempo del racconto con quello del verdetto. Il processo si consuma in pubblico e in tempo reale. Le conclusioni precedono i fatti. Le reputazioni si bruciano in poche ore. Se poi arriva una smentita, non fa notizia. Se arriva un’assoluzione, non ripara nulla. Così il dibattito pubblico arretra. Dai nodi strutturali – lavoro, crescita, servizi – al terreno più semplice e più sterile del sospetto. È il dominio del “pare”, del “forse”, del “si dice”. Un linguaggio che non chiarisce, ma corrode. Il clima che ne deriva somiglia sempre più a quello di una discussione da bar. Con una differenza decisiva: qui non si consumano opinioni, ma fiducia pubblica. Basta insinuare un dubbio per lasciare un segno duraturo. Non serve dimostrare, basta alludere. Nel frattempo il mondo procede. E chi prova ad allargare lo sguardo viene accolto con sospetto: perché? cosa c’è dietro? È il riflesso di un sistema che ha smesso di fidarsi prima ancora che di capire. Non è in discussione il diritto – anzi, il dovere – di criticare e controllare. È in discussione la qualità di questo esercizio. Quando il sospetto diventa l’unico codice, la politica rinuncia alla sua funzione. Non guida, non decide, non costruisce. Fa rumore. E un Paese che ha bisogno di direzione non può permettersi una classe dirigente che scambia il parlamento per una rissa permanente. A quel punto non è più solo una questione di immaturità. È una questione di inadeguatezza.
Una classe dirigente immatura perde il senso delle istituzioni