Gaza non è più soltanto una guerra. Non è più soltanto un conflitto tra Israele e Hamas. Gaza è diventata il luogo simbolo del fallimento morale e politico della comunità internazionale. Un territorio devastato, chiuso, affamato, trasformato in una prigione senza via d’uscita dove milioni di esseri umani sopravvivono tra macerie, malattie e paura. Persino i campi profughi, nella loro disperazione, hanno regole, strutture, corridoi umanitari, organismi internazionali presenti sul campo. A Gaza invece tutto sembra sospeso dentro una dimensione di abbandono assoluto. Non entrano liberamente i giornalisti. Gli aiuti umanitari arrivano con il contagocce. Intere famiglie vivono senza acqua potabile, senza medicine, senza elettricità, senza alcuna certezza di vedere il giorno dopo. Nel cuore del Mediterraneo si sta consumando una tragedia che il mondo osserva quasi anestetizzato. Ospedali colpiti, scuole distrutte, bambini sepolti sotto le macerie, donne costrette a partorire senza assistenza, anziani lasciati senza cure. Gaza è ormai un simbolo universale di sofferenza civile. E ciò che rende tutto ancora più inquietante è la normalità con cui questa devastazione viene commentata nei palazzi della politica internazionale. Israele rivendica il diritto alla difesa dopo l’aggressione del 7 ottobre. Nessuno può ignorare la brutalità di quell’attacco. Ma il diritto alla sicurezza non può trasformarsi nell’annientamento sistematico di una popolazione intrappolata senza possibilità di fuga. La risposta militare ha assunto proporzioni gigantesche, tali da aprire interrogativi politici, morali e umanitari che il mondo non può più evitare. L’Europa intanto resta immobile. L’Unione Europea parla, invita alla moderazione, esprime “preoccupazione”, ma non riesce a incidere su nulla. Nessuna iniziativa forte, nessuna pressione politica capace di fermare la catastrofe umanitaria. Il silenzio diplomatico, davanti a immagini che ogni giorno mostrano fame e distruzione, pesa quanto le bombe. Tra i pochi leader europei ad aver rotto questo equilibrio fatto di prudenza e ambiguità c’è il premier spagnolo Pedro Sánchez, che ha scelto parole nette e una denuncia aperta di quanto sta accadendo. Ma una sola voce non basta quando una tragedia di questa portata chiede una reazione collettiva. E le Nazioni Unite? Dov’è l’ONU mentre un popolo intero sprofonda nella disperazione? Dov’è la comunità internazionale che dovrebbe garantire protezione ai civili, corridoi umanitari, diritto alla sopravvivenza? Gaza sembra aver sancito anche la crisi definitiva delle istituzioni nate per impedire che il Novecento si ripetesse. La sensazione più drammatica è che il mondo si stia abituando all’orrore. Che la morte quotidiana di civili innocenti venga ormai assorbita dal flusso delle notizie, trasformata in statistica, privata persino dell’indignazione. È questo il punto più basso raggiunto dalla politica internazionale: non soltanto l’incapacità di fermare una tragedia, ma la progressiva perdita di umanità davanti alla sofferenza. Le parole da sole non fermano le guerre. Ma il silenzio le rende più facili. E oggi raccontare Gaza, denunciare ciò che sta accadendo, rifiutare l’assuefazione all’orrore, è forse l’ultimo dovere morale rimasto a chi non vuole accettare che tutto questo diventi normale.
Gaza, il fallimento del mondo