Il Fondo

Beatrice, due anni

Non so cosa mi spinga a scrivere di questo fatto apocalittico, una vicenda nella quale sembra concentrarsi tutto il male del mondo. Forse è la rabbia. Una rabbia profonda, istintiva, difficile da governare. Una rabbia che di fronte a una tragedia come questa porta persino a immaginare punizioni che nulla hanno a che vedere con la giustizia: abbandonare i responsabili nel deserto, senza acqua né speranza, lasciando che la sete consumi lentamente ciò che resta della loro umanità. Poi però interviene la ragione. Per fortuna non sono un giudice. E per fortuna viviamo in uno Stato di diritto, dove anche chi è accusato dei crimini più atroci ha diritto a un processo equo. È il prezzo della civiltà. Un prezzo alto, talvolta doloroso da accettare, soprattutto quando il dolore e l’indignazione sembrano soffocare ogni altra considerazione. Eppure è proprio questa capacità di garantire diritti anche a chi sembra averli negati agli altri che distingue una società civile dalla barbarie. Si dice spesso che certi comportamenti siano “bestiali”. Ma siamo davvero sicuri che gli animali meritino questo paragone? Nessun animale infligge sofferenza per crudeltà, nessun animale tradisce deliberatamente il compito di proteggere i propri cuccioli. In molti casi la ferocia appartiene più all’uomo che alla natura. Non intendo ripercorrere i dettagli della vicenda. Saranno i magistrati, gli investigatori e i cronisti a farlo. Mi auguro soltanto che nessuno si affretti a cercare scorciatoie interpretative, attribuendo tutto alla follia momentanea, all’effetto delle droghe o a qualche giustificazione che rischi di trasformarsi in alibi morale. Le responsabilità saranno accertate nelle sedi opportune, ma esistono tragedie che interrogano anche la coscienza collettiva. Perché quando una bambina di due anni diventa vittima di chi avrebbe dovuto proteggerla, non falliscono soltanto delle persone. Fallisce un’idea stessa di genitorialità. Si spezza un patto elementare, quello che lega gli adulti ai più fragili. Ed è forse questo che rende la vicenda così insopportabile: la consapevolezza che il luogo che dovrebbe essere il più sicuro al mondo può trasformarsi nel più pericoloso. Nei prossimi giorni ascolteremo opinionisti, esperti, psicologi e commentatori. Ognuno proporrà la propria lettura dei fatti. È inevitabile. Per una volta però mi concedo il diritto di non analizzare e di non spiegare. Mi limito a registrare il senso di sgomento che provo davanti a una storia che lascia senza parole. La giustizia farà il suo corso e deve farlo senza condizionamenti emotivi. Ma nessuna sentenza potrà restituire ciò che è stato perduto. Rimarrà soltanto il nome di una bambina, Beatrice, e la sua età: due anni. Un’età in cui si dovrebbe imparare a conoscere il mondo attraverso l’affetto, il gioco e la protezione. Non attraverso il dolore. E forse è proprio questo il punto che non dovremmo dimenticare. Dietro ogni titolo di giornale, dietro ogni dibattito televisivo, dietro ogni polemica, c’è una vita spezzata troppo presto. Una vita che meritava un futuro e che invece oggi ci costringe a guardare negli occhi la parte più oscura della nostra società. Per questo prima ancora della rabbia dovrebbe prevalere il silenzio. Un silenzio rispettoso, carico di dolore, davanti a una bambina che aveva soltanto due anni.