Il Fondo

Gaza, l’agonia senza testimoni

Di Jaber Jehad Badwan - Jaber Jehad Badwan, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=160402196
  • La guerra che i giornalisti indipendenti non possono raccontare

Una città che ha perso la speranza. Una città dove migliaia di bambini attendono di essere trasferiti all’estero per ricevere cure mediche salvavita e dove soltanto sei o sette al giorno riescono a ottenere il permesso di uscire. Una città in cui il caldo soffocante e la mancanza di elettricità trasformano tende e rifugi di fortuna in forni a cielo aperto. Una città dove molte famiglie hanno smesso perfino di iscrivere i propri figli nelle liste di attesa per le cure: non per mancanza di bisogno, ma perché hanno smesso di credere che qualcuno arriverà ad aiutarli. Gaza oggi è un immenso accampamento di tende, polvere e sporcizia.

Quando arriva un camion di acqua potabile viene inseguito da centinaia di persone. Cinque litri per famiglia: una quantità che deve bastare per bere, cucinare e mantenere un minimo di igiene. Gli ospedali sopravvivono a fatica, i medicinali scarseggiano e molte malattie che altrove sarebbero curabili stanno tornando a essere una condanna.

Le organizzazioni internazionali avvertono che, se la situazione non cambierà rapidamente, alle decine di migliaia di vittime già provocate dal conflitto si aggiungeranno altre centinaia di migliaia di morti causate dalla fame, dalle epidemie e dall’assenza di cure. Non sarà solo il bilancio della guerra, ma quello di una crisi umanitaria senza precedenti. Un giornalista deve attenersi ai fatti.

E i fatti raccontano tutto questo. Per una volta mi fermo qui, senza aggiungere commenti. Mentre gran parte dell’Occidente continua a mantenere relazioni politiche, economiche e militari con Israele come se nulla fosse, Gaza resta chiusa agli occhi del mondo e soprattutto ai giornalisti indipendenti. È una doppia tragedia: quella vissuta dalla popolazione e quella di una realtà che non può essere documentata liberamente.

La speranza è che presto si creino le condizioni per un cambiamento politico e per una riapertura della Striscia agli osservatori freelance. Perché nessuna guerra dovrebbe svolgersi lontano dagli occhi di chi ha il dovere di raccontarla. E perché Gaza ha bisogno di aiuti, ma anche di testimoni. Se un giorno sarà possibile tornare, io sarò tra quelli che proveranno a raccontarla.

 

Angelo Santoro

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