Il Fondo

L’ambiguità che la FIFA non può permettersi

GIANNI INFANTINO PRESIDENTE FIFA
  • Anche solo l’impressione che la politica possa influenzare le decisioni sportive è un danno per la credibilità del calcio

Il calcio è lo sport più praticato e popolare del pianeta. Coinvolge quasi trecento milioni di tesserati e oltre quattro miliardi di appassionati. La sua forza risiede nella semplicità: bastano un pallone, uno spazio qualsiasi e due porte improvvisate con quattro mattoni. Si gioca ovunque, dai grandi stadi ai cortili di periferia, dalle spiagge alle strade.

Attorno a questa apparente semplicità si è però sviluppato un sistema economico e politico di dimensioni colossali, nel quale la FIFA rappresenta il principale centro di potere del calcio mondiale. Per questo ogni scelta del suo presidente, Gianni Infantino, assume inevitabilmente un significato che va oltre il terreno di gioco. Nei giorni scorsi hanno suscitato discussione le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, relative alla posizione disciplinare di un calciatore della nazionale americana, accompagnate dalla successiva decisione della FIFA.

Al di là delle ricostruzioni e delle interpretazioni, resta un punto che dovrebbe preoccupare chiunque abbia a cuore l’autonomia dello sport: anche solo l’impressione che una decisione disciplinare possa essere influenzata dall’intervento di un leader politico rappresenta un danno per la credibilità dell’istituzione che la assume. Che gli Stati Uniti siano stati poi eliminati dal torneo cambia poco sotto questo profilo. Il problema non è stabilire se un eventuale intervento abbia prodotto un vantaggio concreto o modificato il risultato sportivo. Il problema è un altro: la fiducia nelle regole vive della convinzione che esse vengano applicate nello stesso modo per tutti, senza eccezioni e senza canali privilegiati.

Donald Trump ha sempre interpretato il proprio ruolo pubblico con una concezione fortemente personalistica del potere. È quindi comprensibile che tenti di utilizzare la propria influenza anche in ambiti che, almeno formalmente, dovrebbero restarne immuni. Molto meno comprensibile sarebbe, invece, che la FIFA alimentasse questa percezione. Da sempre la Federazione rivendica la propria autonomia rispetto ai governi, arrivando perfino a sanzionare le federazioni nazionali quando la politica invade il terreno delle decisioni sportive. È proprio questa indipendenza ad aver costruito nel tempo la sua autorevolezza.

Per questo motivo ogni gesto, ogni dichiarazione e ogni scelta che possano far pensare a una corsia preferenziale per un capo di Stato finiscono per indebolire l’intero sistema. Naturalmente non spetta ai commentatori emettere sentenze sulle intenzioni di Infantino né attribuire responsabilità che non siano dimostrate.

Ma le istituzioni più forti sanno che la propria reputazione non dipende soltanto dall’essere imparziali: dipende anche dall’apparire tali. Chi esercita un potere tanto grande ha il dovere di evitare qualsiasi comportamento che possa generare dubbi sulla propria indipendenza. Nello sport, come nella giustizia, la fiducia è un capitale fragile. Si costruisce in decenni e può incrinarsi in un istante.

Per questo la FIFA dovrebbe essere la prima a preservare una distanza netta dalla politica, soprattutto quando le pressioni arrivano da uno degli uomini più potenti del mondo. Perché il vero patrimonio del calcio non sono i suoi bilanci, i suoi sponsor o i suoi eventi planetari. È la convinzione, condivisa da miliardi di persone, che le regole valgano per tutti allo stesso modo. Quando questa convinzione vacilla, non perde un presidente, non perde una nazionale e non perde un singolo torneo: perde credibilità l’intero sistema.

Angelo Santoro