Il Fondo

Cercasi medici di famiglia: offerti 20 euro netti l’ora

Trentotto euro lordi l’ora. Circa 20 euro netti. È questa la remunerazione prevista dal nuovo atto di indirizzo approvato dal Comitato di Settore Regioni-Sanità per garantire la presenza dei medici di medicina generale nelle Case della comunità.

L’obiettivo è rendere operative le circa mille Case della comunità Hub previste dal PNRR, strutture che dovrebbero rappresentare il fulcro della sanità territoriale del futuro. Il rischio, però, è che molti di questi edifici restino privi della figura professionale più importante: il medico pagato come una colf. Accidenti, eppure con questi parametri di retribuzione dovrebbero fare la fila per aggiudicarsi un posto nelle CdC!

L’atto di indirizzo prevede che i medici di famiglia svolgano fino a sei ore settimanali nelle Case della comunità per 48 settimane all’anno. Le Aziende sanitarie definiranno il fabbisogno locale e distribuiranno le ore tra i professionisti, garantendo almeno una presenza medica per struttura. Sulla carta può sembrare una soluzione.

Nella pratica rischia di scontrarsi con una realtà che il sistema sanitario continua a ignorare: i medici di famiglia stanno diminuendo e sempre meno giovani scelgono questa professione. La questione non è soltanto economica, ma il compenso previsto rappresenta un segnale preciso. Dopo oltre dieci anni di formazione universitaria e specialistica, con responsabilità cliniche quotidiane, aggiornamento continuo, costi di gestione dello studio, personale, utenze e assicurazioni professionali, l’offerta economica proposta appare difficilmente competitiva rispetto ad altre opportunità lavorative disponibili per un medico.

Per comprendere il problema bisogna osservare cosa accade quando un giovane professionista decide di intraprendere la carriera della medicina generale. Dopo la laurea e il percorso formativo specifico, chi sceglie di lavorare sul territorio deve spesso trovare e allestire un ambulatorio, acquistare strumenti, sostenere spese amministrative e organizzative e, nelle aree più periferiche, spostarsi continuamente per raggiungere i pazienti. In molte professioni il luogo di lavoro viene fornito dal datore.

Nel caso del medico di famiglia, una parte rilevante dell’infrastruttura necessaria per erogare il servizio viene sostenuta direttamente dal professionista. A fronte di questi costi e di queste responsabilità, molti giovani medici valutano percorsi alternativi: attività ospedaliere, libera professione, incarichi temporanei o altri ambiti che garantiscono compensi più elevati e minori incombenze organizzative. La conseguenza è sotto gli occhi di tutti. In molte zone d’Italia trovare un medico di famiglia è diventato difficile. I cittadini attendono più a lungo, devono percorrere maggiori distanze o si rivolgono ai pronto soccorso anche per problemi che potrebbero essere gestiti sul territorio.

La carenza di medici di famiglia non deriva da una mancanza di laureati né da una crisi di vocazione. È il risultato di un sistema che, negli anni, è diventato sempre meno attrattivo per chi dovrebbe garantirne il funzionamento. Quando un comune perde il proprio medico non perde soltanto un professionista. Perde un presidio sanitario, un punto di riferimento per gli anziani, un filtro per gli ospedali e un elemento fondamentale della vita della comunità. Per questo la domanda non dovrebbe essere quanto costa incentivare la presenza dei medici di famiglia nelle Case della comunità. La domanda è un’altra: quanto costerà non riuscire più a trovarli?