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Ucraina, l’Europa non può governare sotto ricatto

C’è una domanda che l’Europa continua a eludere: quanto può costare la paura? Da anni, gran parte della politica europea sull’Ucraina si fonda su tre timori: che senza il nostro sostegno Kiev perda la guerra, che un’eventuale vittoria di Putin apra la strada a nuove aggressioni e che la sconfitta ucraina provochi un esodo di milioni di persone verso l’Unione europea.

Sono rischi che meritano di essere presi sul serio. Ma proprio per questo non possono diventare una cambiale in bianco. L’Europa ha già destinato all’Ucraina ingenti risorse economiche, fornito armi e prestiti e garantito un sostegno politico costante.

Ora è legittimo chiedersi non soltanto quanto ancora siamo disposti a spendere, ma per quanto tempo, con quali obiettivi e con quale strategia. Il problema non è se aiutare Kiev. È se continuare a farlo senza limiti e senza una discussione trasparente sui costi e sui risultati. Il punto più delicato è la questione migratoria. Se una sconfitta ucraina provocasse un nuovo esodo di grandi proporzioni, l’Europa dovrebbe certamente affrontarne le conseguenze.

Ma il rischio di una crisi umanitaria non può trasformarsi in uno strumento di pressione politica capace di rendere impossibile qualsiasi discussione sugli aiuti. Oggi è l’Ucraina. Domani potrebbe essere un altro Paese, travolto dalla guerra o dal collasso economico, a rivolgersi all’Europa con un messaggio simile: finanziateci, altrimenti milioni di persone partiranno verso i vostri confini. Che cosa risponderebbe Bruxelles? Se l’unica risposta fosse aprire il portafoglio, avremmo creato un precedente pericoloso: la capacità di evocare un’emergenza migratoria diventerebbe una leva per ottenere risorse e condizionare le decisioni europee.

Questo non significa considerare i profughi una minaccia, né negare assistenza a chi fugge dalla guerra. Significa distinguere tra il dovere umanitario di accogliere chi è in pericolo e l’uso politico della paura di nuovi arrivi. La solidarietà è un principio; non può diventare uno strumento per sottrarre le decisioni al confronto democratico. A sostenere il peso delle grandi scelte internazionali, del resto, sono spesso i cittadini che non le prendono. In particolare, un ceto medio già alle prese con salari insufficienti, costo della vita, tasse, affitti e mutui. Un eventuale nuovo esodo richiederebbe risorse per la sanità, la scuola, l’assistenza e l’edilizia pubblica, in un contesto nel quale molti servizi sono già sotto pressione. Sono problemi concreti, che non si risolvono con il buonismo, ma neppure con il cinismo.

Richiedono programmazione, risorse adeguate e scelte politiche esplicite. Lo stesso vale per il rischio di un allargamento della guerra. Sostenere che un’eventuale vittoria russa in Ucraina comporterebbe necessariamente un attacco all’Europa significa presentare come inevitabile uno scenario che resta da valutare. La Russia dovrebbe affrontare direttamente Paesi dell’Unione europea e, in larga parte, della NATO, con tutte le conseguenze militari ed economiche che ne deriverebbero. È un rischio che non può essere ignorato, ma nemmeno trasformato in una certezza per giustificare qualsiasi decisione. La prudenza strategica non consiste nel minimizzare le minacce: consiste nel valutarle senza confondere le ipotesi con le inevitabilità.

Altrimenti il dibattito si riduce a un aut-aut: se chiedi un limite agli aiuti, favorisci Putin; se metti in discussione l’invio di altre armi, vuoi la sconfitta dell’Ucraina; se domandi quanto tutto questo costi, non comprendi il pericolo russo. Ma una democrazia non può funzionare così. Chiedere conto delle risorse pubbliche non è un atto di ostilità verso Kiev. È un dovere nei confronti dei contribuenti. Per questo anche la trasparenza nell’utilizzo degli aiuti deve restare una priorità. Se ai cittadini europei si chiedono sacrifici considerevoli, è legittimo pretendere controlli rigorosi sulla destinazione dei fondi e sui risultati ottenuti.

La solidarietà non esclude la vigilanza: la rende indispensabile. E veniamo all’Italia. Giorgia Meloni dovrebbe spiegare con chiarezza quale sia la strategia del nostro Paese: quali risorse intendiamo destinare all’Ucraina, per quanto tempo e per raggiungere quali obiettivi. Dovrebbe inoltre chiarire come questa scelta si concili con le esigenze interne di un Paese nel quale tante famiglie chiedono risposte più efficaci sul lavoro, sul potere d’acquisto e sui servizi pubblici. Non si tratta di scegliere tra la solidarietà all’Ucraina e l’interesse degli italiani, come se le due cose fossero necessariamente incompatibili. Si tratta di spiegare quali siano le priorità, quanto costino e quali risultati ci si attenda. Aiutare Kiev è una scelta politica legittima. Farlo senza una strategia verificabile, senza un confronto sui costi e senza chiarire gli obiettivi rischia invece di trasformare una decisione politica in un impegno senza fine.

L’Europa deve poter decidere autonomamente il proprio destino, valutando i pericoli reali senza lasciarsi guidare esclusivamente dalla paura. Perché se ogni volta che qualcuno evoca la guerra, l’invasione o una nuova emergenza migratoria la risposta diventa automaticamente un altro assegno, la politica rinuncia alla sua funzione essenziale: scegliere, stabilire priorità e rispondere delle proprie decisioni. E allora la domanda finale non riguarda soltanto Zelensky. Riguarda noi. Vogliamo un’Europa capace di decidere autonomamente, oppure un’Europa che, di fronte alla paura, rinuncia a discutere i limiti delle proprie scelte? Perché se accettiamo che il timore di milioni di profughi basti a farci dire sempre sì, domani non sapremo più quanto costa la solidarietà. Sapremo soltanto quanto costa la paura.