Il Fondo

Meloni carica la muleta

Se la premier perde la pazienza e sbaglia clamorosamente accusando i giudici a un anno dal voto, forse il centrosinistra può davvero sperare in una vittoria inattesa. Perché la politica, a volte, offre occasioni insperate a chi sa aspettare gli errori dell’avversario.

Di provocazioni ce ne saranno molte, anche quando nascono da decisioni autonome della magistratura. La magistratura è uno dei tre poteri indipendenti su cui si regge lo Stato. Giorgia Meloni lo sa bene.

Eppure parte a testa bassa, reagendo alla muleta che qualcuno le agita davanti, proprio come il toro che non riesce a resistere alla tentazione di caricare. Qualcuno dirà che la premier è talmente abile da aver trasformato la sua reazione apparentemente di pancia alla scarcerazione di Youssef Siher in un calcolo preciso di costi e benefici.

Un rischio che vale la pena correre, forse, per mobilitare il proprio elettorato e ricompattare la maggioranza. Può darsi. Ma c’è un prezzo: questi scontri rischiano di tenerla impegnata per l’intero periodo elettorale. Il problema, infatti, non è soltanto quanto possa rendere nell’immediato una polemica con i giudici. È anche quanto può costare nel tempo. Una premier che sceglie di trasformare ogni controversia in uno scontro istituzionale rischia di ritrovarsi prigioniera di un copione che si ripete.

La reazione diventa prevedibile e l’avversario, anche senza fare molto, può limitarsi a osservare. Quella che nasce come un’occasione per ricompattare il proprio campo può finire così per restringere lo spazio di manovra del governo. Ed è qui che il gioco può cambiare. Ogni attacco ai giudici riporta al centro della scena il conflitto tra governo e magistratura, spostando l’attenzione dai risultati dell’esecutivo ai suoi rapporti con gli altri poteri dello Stato. Una strategia che può funzionare nel breve periodo, ma che rischia di diventare una trappola quando ogni polemica si trasforma in una prova di forza.

Naturalmente non ogni critica a una decisione giudiziaria è un attacco all’autonomia della magistratura. Il confronto tra poteri è legittimo e talvolta necessario. Ma c’è una differenza tra contestare nel merito una decisione e fare del conflitto con i giudici una linea politica permanente. È su questa distinzione che si misura la credibilità di chi governa. Per il centrosinistra, però, non basta aspettare che Meloni sbagli. Deve dimostrare di avere idee, proposte e una leadership credibile. Deve convincere gli italiani che esiste un’alternativa concreta, non limitarsi a raccogliere i frutti degli errori altrui. Perché gli inciampi della maggioranza non si trasformano automaticamente in consensi per l’opposizione.

Occorre conquistare la fiducia di chi oggi vota a destra e di chi non si riconosce più in nessuno schieramento. La partita è dunque aperta, ma non è ancora vinta da nessuno. Meloni ha costruito una parte della propria forza sulla capacità di presentarsi come bersaglio di avversari che considera ostili. È una dinamica che può consolidare il consenso del suo elettorato.

Ma può anche diventare un limite se ogni dissenso viene letto come una provocazione alla quale rispondere. La sfida, per la premier, è capire quando conviene non caricare. Per il centrosinistra è dimostrare di saper fare qualcosa di più che stare a guardare. E mentre Meloni carica la muleta, l’opposizione potrebbe trovare finalmente lo spazio per uscire dall’angolo. A patto di sapere che cosa fare quando i riflettori si sposteranno su di lei.