L'editoriale

Quando il potere dice: “Mo te meno”

I bulli fanno molti danni, ma soprattutto minacciano. E a forza di minacciare, a un certo punto finiscono per trovarsi davanti a uno specchio e insultare se stessi, senza nemmeno rendersene conto. Sono talmente accecati dalla rabbia, con gli occhi rossi e la bava alla bocca, che finiscono per non riconoscersi più. Questa immagine ricorda un po’ Donald Trump, che proprio in questi giorni ha dichiarato che, se dovesse perdere il Congresso, diventerebbe “Mr. Veto”.

Il significato è chiaro: userebbe il potere di veto per bloccare le leggi approvate da un Congresso a lui ostile. Il veto è uno strumento previsto dalla Costituzione americana e, dunque, non rappresenta di per sé un atto contro le istituzioni. Il problema nasce quando uno strumento istituzionale diventa una postura permanente. Quasi un’arma identitaria. È come se Trump fosse diventato un padre violento con i propri figli.

Non più educazione, ma imposizione. Non più ricerca di un punto d’incontro, ma dimostrazione continua di chi comanda. Una democrazia, però, non può ridursi a una gara di forza. Può conservare regole e istituzioni perfettamente funzionanti e, nello stesso tempo, perdere lentamente la propria sostanza. Quando il più forte pensa di avere sempre ragione, la democrazia rischia di diventare soltanto il luogo nel quale si misura la forza. Non so dove tutto questo ci condurrà.

Ma se Trump dovesse continuare con questa spavalderia e con questa postura ancora per due anni, il tempo che gli resta alla Casa Bianca potrebbe diventare infinito. Perché il problema non è soltanto ciò che un presidente può fare. È ciò che abitua il mondo a considerare normale. Se il messaggio diventa che la minaccia viene prima della discussione e che il potere economico può trasformarsi in potere politico, allora la questione non riguarda più soltanto Washington. Se davvero decidesse di intervenire ancora militarmente in Iran, alimenterebbe una miccia che potrebbe trasformare un conflitto regionale in qualcosa di molto più grande.

E in un mondo già attraversato da guerre, sanzioni, dazi e contrapposizioni economiche, ogni nuova miccia rischia di incendiare anche ciò che apparentemente si trova lontano. Potremmo tornare a un mondo nel quale il commercio diventa una prosecuzione della guerra con altri mezzi. Ogni Paese cercherebbe di proteggersi alzando un muro contro l’altro. Un mondo che, per certi versi, potrebbe ricordare i manzoniani tempi del colera. Non perché le situazioni siano uguali, ma perché quando cresce la paura cresce anche la ricerca di un colpevole e diminuisce la capacità di ragionare. Credo che tutto questo vada fermato. Ma soprattutto va fermato il meccanismo che sta concentrando le risorse del pianeta nelle mani di pochi. Pochissimi uomini che hanno ormai la possibilità economica di contare più di uno Stato. È qui che il discorso diventa più grande di Trump.

Trump può essere il sintomo. Il problema è il sistema che consente al denaro di trasformarsi in influenza, all’influenza di diventare potere e al potere di condizionare le regole comuni. Non è una questione nuova. La ritroviamo persino nella fantasia letteraria, con il conte di Peyrac, il personaggio della saga di Angelica: un uomo ricchissimo e potente che finisce per scontrarsi con il potere politico e con il sovrano Luigi XIV. Non si tratta, dunque, di un episodio storico riconducibile a Luigi XIII, come potrebbe sembrare da una lettura imprecisa del testo originale, ma di una vicenda letteraria ambientata nella Francia del Seicento. E allora la domanda diventa inevitabile: spogliare un uomo dei suoi beni perché è troppo ricco significa negare la libertà e la democrazia? Sì, se lo si fa arbitrariamente.

Ma la libertà economica non può significare che chi possiede più ricchezza possa possedere anche più democrazia. È vero che il mercato deve essere libero. È altrettanto vero che la libertà ha bisogno di regole per non trasformarsi nel dominio del più forte. C’è un momento, e forse questo è uno di quei momenti, nel quale un Paese che rischia di essere assoggettato alle regole del più forte deve riequilibrare la bilancia della giustizia. Non per sostituire un padrone con un altro, ma per impedire che un padrone diventi inevitabile. Perché il vero pericolo non è soltanto un uomo che esercita il potere come se fosse il proprietario del mondo.

È un sistema che gli permette di pensare di esserlo. Non c’è necessariamente un despota con un grande piano strategico. C’è un bullo che da mattina a sera grida alla luna: “Mo te meno”. Ma il problema non è soltanto il bullo. È il sistema che gli consente di credere che tutto gli sia possibile. E allora la risposta della democrazia dovrebbe essere molto più semplice ed esplicita: “Fermate Trump”. Ma soprattutto fermate quel potere che pensa di poter comprare anche le regole della convivenza democratica.