Cultura

«A Pisticci il fascismo pretese di bonificare la terra e gli uomini»: parla Marco Dipierro 

​Un’intervista all’autore del libro «Darsi a stabile lavoro. La colonia confinaria di Pisticci» sulla pagina dimenticata del confino fascista nel Metapontino.

Tra il 1939 e il 1943 l’agro di Pisticci fu teatro di un esperimento repressivo e propagandistico unico nel suo genere: trasformare una zona paludosa in un’azienda agricola attraverso il lavoro coatto di confinati e internati. Nel suo libro «Darsi a stabile lavoro. La colonia confinaria di Pisticci» (pubblicato da Edigrafema, 2026), Marco Dipierro ricostruisce la storia di questo sito, dalla sua nascita fino alla liberazione nel settembre 1943 e alla successiva conversione in campo profughi. Lo abbiamo intervistato per fare luce su una pagina di storia rimasta a lungo nell’ombra.

​Partiamo dalle origini di questa misura: il confino di polizia viene introdotto nel 1926 come provvedimento amministrativo e non giudiziario. In che modo Pisticci si inserì nella rete di controllo e repressione del regime fascista?

Già a partire dai primi mesi successivi all’entrata in vigore del TULPS, il capo della polizia Bocchini, iniziò a vagliare l’ipotesi della costruzione di colonie di terraferma per gestire il «graduale concentramento» dei confinati. A partire dal biennio il 1937-38 il progetto della costruzione di campi per confinati su terraferma, accantonato per questioni finanziarie dieci anni prima, tornò in auge con nuovo vigore, complice l’imminente chiusura di Ponza. L’area di Pisticci fu individuata sulla base di un “censimento” effettuato tramite prefetti e questori da parte del Ministero dell’Interno.

Che ruoli ebbero figure come l’ispettore Ercole Conti e l’imprenditore Eugenio Parrini nell’ideazione e nella realizzazione pratica della colonia confinaria del Metapontino?
Ercole Conti era un ispettore di P.S. a riposo, zelante e risoluto, molto vicino al capo della polizia, Bocchini. Fu lo stesso Conti ad auto-assegnarsi il ruolo di responsabile dei sopralluoghi sui siti suggeriti dai prefetti. Nel suo viaggio a Matera e Pisticci dell’estate 1938 fu accompagnato da Eugenio Parrini, un imprenditore nel settore delle bonifiche. Parrini divenne in quegli anni uno dei più rilevanti “imprenditori di Stato”, nominato Cavaliere del Lavoro (titolo che attualmente mantiene) nel 1936 e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia nel 1937. Nel dopoguerra, Parrini è anche stato eletto a sindaco del comune di Rocca Priora (RM) nel 1956-1957 e nel 1975 ha pubblicato per le Edizioni Paoline un libro dal titolo «Per chi vuole divenire qualcuno».

Nel testo emerge l’inquietante formula fascista di unire «la bonifica agricola e la bonifica umana». In che modo il lavoro forzato in un territorio paludoso e insalubre veniva presentato e percepito dal regime?
Il lavoro forzato rispondeva al preciso disegno di «rieducare moralmente e politicamente i confinati, togliendoli dall’ozio che è fonte di incomposti fermenti», esprimendo la visione mussoliniana del confino come «igiene sociale, profilassi nazionale», impiegando con profitto manodopera altrimenti inoperosa e sgravando lo Stato, almeno parzialmente, dell’onere del suo mantenimento. Nel carteggio Parrini-Bocchini, quasi interamente trascritto nel libro, il rimando a questa “missione” è un elemento costante.

Tra il 1939 e il 1943 vennero bonificati 1.500 ettari e costruite numerose infrastrutture ed edifici. Qual era la condizione di vita quotidiana dei confinati e degli internati sottoposti a questi ritmi di lavoro?
La vita dei confinati era scandita dagli appelli: uno al mattino alle ore 7.00, per verificare che nessuno si fosse allontanato durante la notte, uno alle 14.00 e uno alle 18.00. Era severamente vietato varcare l’area delimitata della colonia e cambiare il posto a sedere a mensa, l’abitazione, o il posto in dormitorio. Nei primi mesi di vita della colonia, una parte dormiva nelle case coloniche appena costruite, l’altra in capannoni preesistenti riadattati.
La disciplina della colonia era rigidamente stabilita dalle prescrizioni di cui il confinato veniva informato al suo arrivo, con la consegna del libretto rosso con la carta di permanenza ed i documenti. Spiccava, e veniva effettivamente attuata per la prima volta rispetto ad altre colonie confinarie, la prescrizione all’art. 1 della carta di permanenza: «Darsi a stabile lavoro». I confinati vennero distinti, nell’ambito lavorativo, in maestranze comuni e maestranze qualificate e i compensi per il lavoro svolto furono classificati in base al loro rendimento (buoni, mediocri).

​Nel settembre 1943 la colonia venne liberata a seguito della fuga di due internati slavi entrati in contatto con le truppe inglesi. Cosa ci racconta questo episodio sulle dinamiche di resistenza e contatti con gli Alleati?
L’area fu liberata dalle SAS nella notte tra il 13 ed il 14 settembre 1943 attraverso il sequestro di un convoglio ferroviario utilizzato per liberare i 150-200 internati ancora presenti. Molti confinati ed internati giuliani, dalmati, sloveni e montenegrini giunti a Taranto confluirono, dal settembre 1943, nelle «Brigate d’Oltremare», ai cui vertici vi erano ex confinati politici comunisti di Elba, Ponza, Ustica, Lipari, Tremiti, Ventotene, Pisticci ecc… Le prime due Brigate si formarono con circa 1000 uomini che da Pisticci e delle isole Tremiti vennero trasferiti prima a Taranto poi a Bari (campo di raccolta 75) in vista del loro imbarco per la Jugoslavia.

​Dopo la liberazione, Pisticci divenne un campo profughi sotto il controllo alleato. Come cambiò la vita dell’agro di Pisticci in quei due anni successivi?
Il campo profughi venne ribattezzato dagli alleati «Pisticci Camp», come si evince dai dispacci della ACC, ossia la Commissione di controllo alleata. La capienza stimata fu di duemila posti letto, al netto degli ex-internati che ancora vivevano in colonia. Il coinvolgimento di amministratori locali nella gestione del campo profughi (tra loro alcuni futuri sindaci di Pisticci) è ciò che ha costituito la vera base (più dell’esperienza confinaria degli anni precedenti) per lo sviluppo di una nuova generazione che avrebbe saputo trarre insegnamenti preziosi da quella esperienza, messi a frutto nella vita politica e sindacale degli anni ‘60 e ‘70.

​La storia del confino di Pisticci è spesso meno nota rispetto ad altre pagine del secondo dopoguerra. Cosa spera che il pubblico e le istituzioni locali colgano da questa sua ricerca?
Il successo avuto da Carlo Levi col suo «Cristo si è fermato a Eboli», ha indubbiamente convogliato, per anni e anni, l’attenzione dei lettori e dell’opinione pubblica sul confino di polizia in comuni remoti dell’entroterra, a mio avviso oscurando, con indubbia qualità storico-letteraria, la rilevante esperienza della prima colonia confinaria di terraferma, fortemente voluta dal regime. In una regione piccola come la Basilicata, evidentemente, non c’è stato spazio per due “storie di confino” abbastanza eccezionali, così vicine e così diverse.
Il caso di Pisticci costituisce in realtà un elemento di rilevanza assoluta nel panorama del sistema concentrazionario fascista: tra gli altri “primati”, c’è quello di essere l’unico caso in cui da una colonia confinaria, campo di concentramento e campo profughi sia scaturita l’edificazione ex novo di un agglomerato urbano, una città per così dire «di fondazione», ossia l’attuale Marconia. Attorno all’esperienza della colonia confinaria si può osservare la nascita e l’evoluzione della provincia di Matera intorno ad un caposaldo di azione programmatica, la bonifica, che ne caratterizzò la storia del secondo dopoguerra.
A cento anni dal Testo Unico del 1926, che costituì la base giuridica del confino di polizia fascista, l’auspicio è che si recuperi la consapevolezza dell’importanza e delle caratteristiche di unicità della colonia confinaria di Pisticci, che oggi vive in uno stato di oblio, e la sua importanza dal punto di vista storico e sociale.

​a cura di Antonio LARAIA