L’Unione Europea non ha un esercito ma spende come se lo avesse, presta denaro agli Stati membri per l’acquisto di armi e lo fa rateizzando le spese su quarant’anni in linea con gli impegni NATO che spingono i Paesi a destinare fino al 2 per cento del PIL alla difesa e forse in futuro anche di più. Ma da dove arrivano questi soldi? Come fa Bruxelles a garantire tutta questa liquidità in nome della sicurezza comune e con quali risorse si sostengono queste politiche se non con quelle dei contribuenti europei? Chi alimenta davvero questo fiume di finanziamenti se non i cittadini attraverso tasse tagli ai servizi e sacrifici sociali in nome della stabilità e della competitività? Mentre il ceto medio si impoverisce e il welfare arranca la BCE facilita l’accesso al credito per progetti legati alla difesa e per industrie strategiche tra cui quelle belliche, spesso americane che forniscono sistemi d’arma di ultima generazione. Il bilancio dell’Unione è composto da contributi diretti degli Stati da una quota dell’IVA e dai dazi doganali ma queste voci non bastano a coprire l’ambizione militare ed economica sempre più esplicita. Così si ricorre all’indebitamento comune come avvenuto con il PNRR finanziato dal programma Next Generation EU, una svolta storica in apparenza solidale ma in realtà fondata su emissione di debito garantito dal bilancio europeo che naturalmente andrà ripagato da noi attraverso nuove tasse o ulteriori contributi nazionali. Il paradosso è che mentre un cittadino deve passare tra burocrazia e garanzie per ottenere un piccolo prestito le grandi aziende della difesa ricevono miliardi in condizioni agevolate e senza troppi controlli. La BCE, formalmente indipendente nei fatti, esercita un potere politico crescente che sfugge al controllo democratico e indirizza le scelte economiche dell’Europa verso una logica di mercato e di potenza. Ma chi decide le priorità della spesa europea e soprattutto perché oggi si parla più di riarmo che di istruzione sanità diritti sociali? È legittimo chiedersi se l’Europa che finanzia armi e tecnologie militari a debito senza un esercito né un mandato democratico sia la stessa costruita sulla promessa della pace e della solidarietà tra i popoli? Il rischio è che si stia passando da un’Unione di valori a un’unione di interessi, da un’Europa sociale a una tecnocrazia armata che spende molto per pochi e poco per molti. Serve una riflessione collettiva e trasparente su chi decide cosa finanziare e a quale prezzo, perché non si può costruire sicurezza tagliando il futuro di chi dovrebbe viverlo.
Acquistando armi l’Europa rinuncia al futuro dei suoi giovani