Arte

Al Teatro Brancaccio di Roma, sino all’8 novembre, la magia de “Il Principe d’Egitto”

Al Teatro Brancaccio di Roma, sino all’8 novembre, è in scena “Il Principe d’Egitto”: l’ambiziosa trasposizione teatrale e musicale dell’omonimo film animato della Dreamworks animation del 1998, restituisce al pubblico, nel debutto romano della produzione firmata Broadway Italia, uno spettacolo dove eccellenza musicale e interpretativa si fondono pienamente, con macchina scenica curata nei minimi particolari (chi scrive, intervenuto mesi fa alla prima conferenza stampa sullo spettacolo a Roma, suggerì agli organizzatori l’idea di una grande edizione del musical al Cairo, magari nella straordinaria cornice del rinnovato Museo Egizio…).

La sfida di Federico Ballone (celebre regista di kolossal musicali) ha colto nel segno: offrendo al pubblico del Brancaccio una rappresentazione di altissimo livello. La vicenda è nota: tra storia, religione e fede, ed è affrontata, dalla produzione e dal regista, con non comune delicatezza e sguardo molto attento ai temi trattati. Che, come annunciato dalla voce fuori campo all’inizio della rappresentazione, per il loro esplicito riferimento al Libro biblico dell’Esodo, al popolo ebraico ed a eventi fortemente spirituali ed evocativi, potrebbero urtare suscettibilità o crear disagio negli spettatori. Ma non una sbavatura è trasparsa dalla salda e solenne conduzione della storia: che ha visto, in stile “Aida”, ben 50 artisti sul palco, e un’orchestra dal vivo diretta dal maestro Giovanni Maria Lori, con le partiture del premio Oscar Stephen Schwartz, le coreografie corali di Marta Melchiorre e gli effetti speciali curati dall’illusionista Paolo Carta.

La sceneggiatura, come nel cartoon del 1998, nel kolossal del 1956 “I Dieci comandamenti”, diretto dal mitico Cecil B. DeMille, e in altre successive pellicole (tra cui ci piace ricordare anche il “Mosè” televisivo del 1974 per la RAI, con protagonista un grande Burt Lancaster), è centrata specialmente sul lungo duello, senza esclusione di colpi, tra Mosè e il Faraone Ramses: interpretati, rispettivamente, dai giovani Riccardo Maccaferri e Lorenzo Tognocchi. Un duo affiatatissimo, dalle forti capacità vocali e interpretative: che porta i due a vivere una condizione di fratelli tornante fortemente -quanto naturalmente- alla ribalta proprio nei momenti di maggior scontro. Restituendo pienamente le condizioni di conflitto interiore che vivono i due, cresciuti nella stessa famiglia, ma separati poi dalla fede (con le sue inevitabili proiezioni politiche).

Giulia Sol è una Tzipora (moglie di Mosè dopo la fuga del principe dalla corte faraonica) con grande personalità e capacità di danzatrice professionale: insieme a Daniela Pobega (la materna regina Tuya), conferisce maggior importanza ai ruoli delle donne (già particolarmente valorizzati nella narrazione). Convincente, l’attore cinquantenne Gipeto (già visto nella “Divina Commedia” musical), nel ricoprire intensamente il ruolo del “Faraone padre” Seti I. Così come Fabrizio Corucci, in quello del Gran Sacerdote Hotep, custode dell’ortodossia religiosa e politica: in grado di riempire (fisicamente e spiritualmente) il palcoscenico, ispirandosi, diremmo, ai “mostri sacri” Orson Welles ed Edward G.Robinson. Molto incisiva, la scena dell’apertura delle acque del Mar Rosso: il celebre miracolo viene rappresentato con un impianto scenotecnico d’impatto, capace di rappresentarne tutta la solennità e drammaticità.

Ovviamente, un cartoon o un musical non possono risolvere la basilare questione della storicità o meno dei racconti sulla vita di Mosè, e soprattutto della narrazione biblica. La maggioranza degli studiosi, anche cristiani, pensa che gli avvenimenti narrati nella Bibbia sulla presenza ebraica in Egitto, in realtà non siano storici (e per questo non sono menzionati nei documenti egizi dell’epoca). Mentre fatti straordinari come la fuga di circa tre milioni di schiavi ebrei, e l’annientamento, nel Mar Rosso, dell’intero esercito egiziano, avrebbero dovuto esser citati, oltre che nei documenti egizi, anche in quelli dei sovrani stranieri: probabilmente contenti di una simile notizia, data anche la conseguente possibilità ‘d’invadere con successo una terra fertile e ricca come l’Egitto. Ma tutto ciò non avvenne e, anzi, le fonti storiche extrabibliche attestano che, durante il regno di Ramses II e poi di suo figlio Merenptah ( che da sempre si contendono il ruolo del Faraone dell’Esodo), l’Egitto continuò ad ad essere una nazione dominante, con un potente esercito.. Di Mosè, comunque, oltre ad Antico e Nuovo Testamento, parlano storici come i giudeo-romani o giudeo-ellenistici Giuseppe Flavio e Filone Alessandrino, i non ebrei Porfirio e, addirittura, Tacito; in ultimo, anche varie fonti musulmane.

Negli ultimi decenni, però, una miglior conoscenza di varie fonti egizie, e una serie di ricerche archeologiche condotte nel Sinai, teatro della pluridecennale peregrinazione degli ebrei usciti dall’ Egitto, han portato a un piu’ logico, razionale inquadramento delle vicende narrate nel libro dell’ Esodo (illuminante il libro “La Bibbia aveva ragione”, saggio del 1955 dello studioso tedesco Werner Keller).Gli ebrei, in Egitto, non sarebbero vissuti addirittura come i loro discendenti nei lager nazisti, ma sarebbero stati semplice manodopera schiavile tipica dell’epoca un po’ in tutto il Mediterraneo, trattata abbastanza duramente e sottopagata. Mentre intorno al XIII-XII secolo a. C., sarebbero iniziate migrazioni di massa (concordate, però, coi faraoni egiziani) dalla Terra del Nilo a quella di Canaan.

Fabrizio Federici