Cultura

Alla scoperta del tarantismo. Intervista ad Angelo Angelastro

Il 29 giugno 1978, in occasione della festa dei Santi Pietro e Paolo, il giornalista Rai Angelo Angelastro è a Galatina, il piccolo paese in provincia di Lecce in cui aveva luogo l’ultima parte del “rito della taranta”. Questo fenomeno misterioso e antichissimo, studiato da Ernesto de Martino ne “La terra del rimorso”, rimane tuttora di difficile decifrazione. I “tarantati”, com’è noto, erano donne – e in qualche caso uomini – che si sottoponevano a una complessa terapia coreutico-musicale, tramandata per via popolare, che serviva ad alleviare alcune condizioni di disagio psicologico. Il loro nome si doveva all’immaginario ragno, di origine mitica, di cui si diceva fossero vittime.
Angelastro è a Galatina per documentare con foto e filmati l’arrivo delle tarantate nella piazza del paese: da una parte coordina il lavoro della troupe Rai, dall’altra scatta foto egli stesso, raccogliendo preziose testimonianze di questi rituali dagli echi dionisiaci. Le sue fotografie, rimaste finora inedite, sono diventate ora un libro, “Le ultime tarantate” (Congedo editore), con testi suoi e di Pierpaolo De Giorgi. Con Angelastro, già caporedattore del Tg1, ho cercato di capire meglio in cosa consistesse questo fenomeno.

 

Come nasce l’idea di questo libro?

 

Per diversi anni ho curato la rubrica “Persone” del Tg1 che, sia pure con i condizionamenti del messaggio televisivo, si avventurava nell’esame della cultura profonda del nostro Paese. Avevo deciso di dedicare una puntata all’approfondimento del tarantismo e delle danze popolari salentine. Ho quindi incontrato un gruppo – “I tamburellisti di Torrepaduli” – che tiene in vita una tradizione laterale del tarantismo, la cosiddetta “danza delle spade”, caratteristica di quel piccolo centro del Salento. Nella “danza delle spade” la “pizzica-pizzica”, ovvero la musica delle tarantate, si presta a una declinazione diversa: è una versione al maschile, in cui la spada, uno dei simboli dell’iconografia cattolica legata a San Paolo, diventa protagonista di una tenzone fra uomini. “I tamburellisti di Torrepaduli” è uno dei primi gruppi che ha rimesso in moto l’attenzione nei confronti delle musiche popolari salentine, così mentre sviluppavamo i temi della rubrica è emersa l’idea di pubblicare in un libro le mie foto delle tarantate scattate 45 anni fa. Sono stato invogliato a farlo dal gruppo stesso e in particolare da Pierpaolo De Giorgi, studioso e musicista. Ho posto la condizione che fosse un lavoro divulgativo, non riservato esclusivamente agli addetti ai lavori.

 

Quando nel 1978 si recò a Galatina per documentare questo fenomeno, che impressione le fecero le tarantate? Che emozioni provò vedendole di persona?

 

Quando arrivai nutrivo una serie di pregiudizi di tipo politico e sociologico: spinto da determinate letture – “Cristo si è fermato ad Eboli”, “La terra del rimorso”, “Sud e magia” – ero convinto di assistere ad un fenomeno del quale sapevo tutto. In realtà, misurandomi con ciò che vedevo quella mattina, mi accorsi che avevo compreso ben poco. L’emozione fu potente, anche perché la situazione ambientale era drammatica: c’erano i parenti delle tarantate che andavano a caccia dei fotografi, quindi bisognava sistemarsi nel modo più adatto per ottenere le immagini e allo stesso tempo non farsi individuare. Fu dunque una grande emozione, in qualche modo contenuta dagli sforzi compiuti per portare a casa il reportage fotografico. In quella situazione la mia convinzione su certi fenomeni sociali e arcaici del Sud cambiò.

 

Da quale punto di vista?

 

La cultura di sinistra aveva risolto la questione del tarantismo rischiando di ridurla alle cosiddette “frane della psiche”, alle manifestazioni più drammatiche di una certa subalternità del Mezzogiorno nell’economia capitalistica e delle donne nella realtà del Sud. Non mi sto riferendo a Ernesto de Martino, naturalmente, quanto piuttosto ai suoi epigoni. Mi resi conto, insomma, che le semplificazioni non aiutavano a capire quelle manifestazioni: c’erano molti aspetti che sfuggivano alle interpretazioni prevalenti. In primo luogo la ritualità come spiegò bene Diego Carpitella che collaborò a lungo con de Martino. La sua spiccata sensibilità di etnomusicologo gli consentì di giungere a illuminanti conclusioni che ho diffusamente ripreso nel libro. La ritualità di quella danza si poteva far risalire ad epoche assai remote, visto anche il forte legame che da sempre ha connesso la Puglia all’antichità magnogreca: alcuni dei paesi coinvolti nel fenomeno del tarantismo sono, infatti, i paesi della cosiddetta “Grecìa salentina”, luoghi nei quali fino a ieri le persone più anziane parlavano un dialetto molto vicino al greco. Ho quindi allargato la mia visuale e ho cercato di capire se c’erano altre possibili implicazioni, senza nulla togliere alla stimolante interpretazione che de Martino dette di quel fenomeno. Della sua tesi mi colpiva il concetto di “relitto”: egli diceva che il tarantismo stava decadendo inesorabilmente e che potevamo apprezzare solo i relitti del rito. In questo senso fu profetico, tanto è vero che dopo le mie foto passò ancora qualche anno e il tarantismo divenne per davvero solo un ricordo. Ma mi interrogo ancora sul significato della “terra del cattivo passato che ritorna”. Sarei più tentato di dire: la terra in cui una condizione di profondo disagio veniva continuamente rinnovata. E faccio fatica a pensare che quelle donne si fossero macchiate di colpe soggettive tali da dover provare un “rimorso”.

 

Scopriamo dunque che il tarantismo è una questione più complessa di come normalmente viene descritta. A questo proposito sono molto interessanti i riferimenti del libro ad una possibile indagine scientifica e psicologica delle terapie coreutico-musicali. Come spiega Diego Carpitella, i cicli di danza durano sempre quindici minuti e hanno una scansione di movimenti ben determinata, cui segue uno stato di morte apparente e poi una rinascita.
Lo psichiatra Giovanni Jervis, che partecipa allo studio di de Martino, accerta nelle tarantate uno stato di “trance”. Per Georges Lapassade, le terapie coreutico-musicali presentano notevoli affinità con l’odierna psicologia bioenergetica. La scienza potrebbe dunque trarre qualche vantaggio da uno studio sistematico di queste terapie. Del resto anche la mindfulness, un’espressione cardine dell’odierna psicologia cognitiva, deve le sue origini alla meditazione buddista.

 

Non ci sono dubbi. La questione attiene anche alla difficoltà del mondo medico-scientifico di convivere con una visione del mondo per la quale la condizione di benessere si consegue promuovendo l’armonia dello psicosoma e non solo aggredendo le disarmonie fisiche o psicologiche. Il problema è che manca la volontà di intraprendere questa strada, anche perché accostarsi al tema delle guarigioni che vengono indotte dalla meditazione oppure dagli stati alterati di coscienza come quelli del tarantismo, mette in dubbio un gigantesco apparato di potere culturale e scientifico che non ammette troppe competizioni. Il mondo dell’omeopatia, ad esempio, è in grave crisi in Italia, perché le regole molto severe della farmacopea ufficiale stanno rendendo pressoché impossibile il reperimento di alcuni rimedi. Credo che l’eccesso di scientismo non aiuti; né aiuti, per converso, un eccesso di visione “magica” della realtà. Sarebbe giusto che la medicina ufficiale e quella alternativa compartecipassero alla soluzione dei problemi.
Nel mondo contadino abbondavano le situazioni di disagio psichico ma le risorse mancavano. Cosa si poteva fare se non mettere a disposizione delle persone più fragili una cura che si basava sulla stimolazione di una condizione di “trance” nella quale la crisi, seppur provvisoriamente, veniva superata? Il fatto che questo mondo avesse per secoli offerto tale opportunità dà anche la dimostrazione della sua capacità di gestire le proprie contraddizioni. A quella cultura, praticamente scomparsa, sono idealmente dedicate le foto del libro.

 

Mi viene in mente quanto scriveva Jung sul fatto che il ruolo della scienza è stato svolto nei secoli dalle religioni e da realtà di tipo mitico. Tra l’altro nel libro si parla anche del valore estetico del rito della taranta. Che ruolo gioca nel tarantismo la dimensione estetica?

 

Effettuata la terapia coreutico-musicale, la famiglia conduceva la tarantata nei pressi della cappella di San Pietro e Paolo per chiedere la grazia del Santo, passaggio che segnava la fine del tentativo di guarigione. Ciò che ho potuto documentare nelle mie foto è, dunque, il passaggio conclusivo del rito. Per descrivere la dimensione estetica del tarantismo dobbiamo affidarci al documentario di Gianfranco Mingozzi del 1962 che consente di capire cosa accadeva durante le terapie. Dopo le riprese realizzate dai collaboratori di de Martino le famiglie delle tarantate, infatti, non hanno mai più consentito di assistere al rituale privato.
Il tarantismo a me sembra un’espressione musicale-danzata di primario interesse, che fa “concorrenza” a manifestazioni simili in seno alle cosiddette religioni minori di tutto il mondo. La sua dimensione estetica si esprimeva nell’uso del ritmo che regolava una danza formata da varie “figure”. Si manifestava anche nel linguaggio dei colori, poiché non tutte le “punture di ragno” provocavano crisi simili. C’erano vari tipi di ragni che generavano deliri diversi, per cui a seconda delle punture si usava un pezzo di stoffa di colore differente: il rosso eccita ed era adatto a una tarantata affetta da depressione, l’azzurro induce serenità ed era indicato per una tarantata molto agitata, punta da un ragno “tempestoso”. Se fossi stato Pina Bausch avrei dedicato un balletto alle tarantate di Galatina… Tra l’altro la grande coreografa tedesca trascorreva le vacanze proprio nel Salento, non lontano da Otranto.

 

Il filosofo confuciano Xunzi affermava che i riti sono importanti soprattutto per la loro bellezza.

 

Certo. Il tarantismo era un rito affascinante, al di là del fatto che andava in scena una forma di acuta sofferenza. La cosa bella, come sottolinea nel libro De Giorgi, era che si assisteva a un rito di rinascita. La tarantata aveva la chance di uscire da un dramma che altrimenti l’avrebbe costretta in una camicia di forza. Tutto avveniva attraverso la musica, la danza, il colore, la voce: molte donne cantavano, urlavano, gemevano. In questo senso si è parlato, secondo me opportunamente, di un vero e proprio teatro drammatico-religioso.

 

Nel tarantismo le famiglie assumono un ruolo peculiare…

 

Una delle cose che mi colpiva di più? L’impassibilità dei parenti. In questo caso il fatalismo tipico della cultura meridionale sembra assumere una nobile forma. Non era detto infatti che un marito, perfino nel Salento degli anni Settanta, potesse vivere con tranquillità la crisi, poiché esponeva la figlia, la moglie o la madre in condizioni decisamente incresciose sulla pubblica piazza. Quindi poteva esserci un rifiuto da parte della figura maschile e della famiglia in generale. La sua accettazione, invece, era una delle ragioni per le quali la crisi trovava una via d’uscita. Toccava alla comunità – anzitutto familiare, e poi in senso lato – favorire la guarigione. Dove potremmo trovare oggi, nelle nostre città, nei nostri paesi, una comunità che fa qualcosa di simile? Se insorge uno spinoso problema di natura psichica, esso ricade solo su chi lo vive: la comunità si chiama fuori. Talvolta nemmeno i parenti si impegnano in un atteggiamento di aiuto nei confronti del sofferente. Là invece il sostegno era forte e operante. Il marito restava nei pressi della cappella e proteggeva la donna, per evitare che sbattesse la testa durante gli attacchi convulsivi o che cadesse rovinosamente per terra. Egli la sosteneva e creava, in definitiva, le condizioni per un ritorno alla normalità. Se invece si fosse opposto, o avesse tentato di impedire il rito, la crisi sarebbe deflagrata in modo definitivo e forse irreparabile. Quelle guarigioni sarebbero avvenute anche con l’aiuto farmacologico? Forse sì, forse no. Ciò che sappiamo certamente è che una cultura minoritaria riusciva ad elaborare una propria “strategia” di guarigione senza aver bisogno dell’aiuto di chi disponeva del potere, il quale ha sempre preso le distanze da manifestazioni di quel genere e le ha sempre guardate con sufficienza. La Chiesa, in tempi lontani, assunse nel proprio alveo il fenomeno del tarantismo dirottandolo su una figura religiosa, quella di San Paolo, ma tentò di privarlo degli aspetti più scioccanti. Da quel momento si credette che dalla maledizione del ragno non si potesse guarire se il Santo non avesse accordato la grazia. E anche qui siamo nel campo del “miracoloso”…

 

È vero, ho sempre notato che in certe realtà rurali, accanto a un impulso conservativo, ne agisce anche uno opposto, all’insegna della relazionalità e della solidarietà.

 

Non so quali sentimenti sia giusto nutrire nei confronti del tarantismo. Penso che esso dica molto del Sud, del suo DNA migliore. La Puglia è una terra nella quale la cultura tradizionale ha retto abbastanza e non è stata del tutto travolta – soprattutto nel Salento e nel Gargano– dalla modernizzazione imposta. Dopo il 1978 le ultime tarantate hanno fatto capolino nello spazio antistante la Cappella di Galatina più o meno fino alla fine degli anni Ottanta. Ma col tempo da quattro erano diventate tre, poi due, poi una. Il fenomeno è scomparso perché non c’è più la società contadina che lo esprimeva. La condizione della donna è cambiata: le donne non vanno più nei campi a piedi scalzi, hanno ruoli più lievi in famiglia e quindi il tarantismo non c’è più, dopo secoli. Ma è un patrimonio culturale di primaria importanza che merita, ancora, il massimo impegno degli studiosi.

 

Giulio Laroni

 

Angelo Angelastro, Pierpaolo De Giorgi, Le ultime tarantate, Congedo editore, pagg. 90, € 18