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Almasri e i dubbi di una silenziosa complicità internazionale

Da anni i traffici di esseri umani nei campi profughi sono denunciati e documentati dai giornalisti, con un’attenzione particolare alla Libia, dove la situazione è emersa con dettagli scioccanti dopo la caduta di Gheddafi. Le immagini di uomini, donne e bambini stipati in spazi angusti, implorando pietà mentre aguzzini li picchiano, hanno fatto il giro del mondo, accompagnate da storie di violenze inenarrabili. Ma solo ora, con l’emergere del caso Almasri, l’Onu e la Corte Penale Internazionale sembrano risvegliarsi di fronte a questo orrore. Perché prima erano sordi e ciechi?

Il comandante Almasri è il capo di uno dei più spietati gruppi di aguzzini che da un decennio maltrattano i migranti in Libia. Migranti che, dopo viaggi estenuanti, arrivano nel Paese in attesa di imbarcarsi sulle carrette del mare per raggiungere l’Europa, la “terra promessa”. Molti, però, non riescono a superare la traversata e muoiono annegati. Queste storie sono ben documentate, eppure le notizie continuano a rimbalzare in Europa senza che vengano prese azioni risolutive. L’Onu e l’Aia sono consapevoli che comandanti come Almasri abbondano nei Paesi africani affacciati sul Mediterraneo, ma solo ora, con la crescente attenzione internazionale verso la Libia, si sono decisi ad intervenire. Almasri è diventato il simbolo della brutalità con cui vengono trattati gli esseri umani che osano mettere piede in Libia. I migranti vengono rinchiusi in prigioni o parcheggiati nei campi profughi, dove le condizioni sono talmente disumane che gli odori di morte si sentono a chilometri di distanza. Chi vive a Tripoli lo sa bene. Oggi, finalmente, l’Onu e l’Aia hanno condannato con fermezza questi crimini, estendendo la loro condanna anche ai governi che, per ragioni politiche, trattano con personaggi come Almasri. È vergognoso scendere a compromessi con individui senza scrupoli, che permettono traffici di esseri umani e di organi, uno degli orrori più gravi che purtroppo non viene discusso abbastanza; forse perché riguarda i ricchi del mondo che continuano a comperarli alimentando un mercato sporco e disumano. Il principio della realpolitik ha da sempre imposto alle Nazioni di negoziare con il “male” per cercare un equilibrio immorale. Ma nel terzo millennio ci chiediamo se sia ancora giustificabile questa condotta. Non possiamo più permettere che la “ragion di Stato” continui a giustificare trattative con chi sfrutta, opprime e uccide. È ora di fermare questo gioco e di non cedere ai ricatti dei satrapi. È fondamentale, però, che l’Onu e l’Aia non si fermino a metà strada: devono intervenire con determinazione e chiedere che Almasri e altri come lui vengano catturati e giudicati senza indugi. Se non lo fanno, la condanna a Almasri rischia di diventare solo una sceneggiata politica, priva di efficacia. Alimentando i dubbi di una silenziosa complicità internazionale.