Lunedì 7 aprile 2025 ho letto su “Il Foglio” con interesse la lunga intervista che Salvatore Merlo ha fatto ad Antonio Di Pietro, con maestria, tra meraviglia, ironia, passaggi di varia umanità e ricerca di compostezza nella descrizione dei fatti. In molti passaggi si parla di Craxi. Ho poi scritto al direttore de “Il Foglio”e a Merlo quanto segue: se ci sarà mai un supplemento di domande per una futura intervista, si potrebbe chiedere a Di Pietro – il quale sottolinea che i conti correnti craxiani erano intestati ad un amico d’infanzia, non a quello del segretario amministrativo Psi Balsamo (sic!) – cosa pensa della nota (eppure volutamente trascurata) dichiarazione del viceprocuratore di Milano Gerardo D’Ambrosio secondo cui «la molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica», riportata in un’intervista proprio su “Il Foglio” del 23 febbraio 1996. Sarebbe un chiarimento necessario rispetto alla diceria pluripropagandata dal circuito mediatico (circuito oggetto di parecchi appunti critici – più o meno tardivi – delle attuali riflessioni dipietriste) sui presunti lucri personali del segretario socialista.
Un ulteriore domanda potrebbe riguardare l’altro controverso appunto sul Craxi in esilio oppure latitante. Su quest’ultimo termine ha battuto la grancassa giustizialista, immemore del fatto che illustri latitanti furono Garibaldi, Turati e Pertini. Insomma Craxi sarebbe in buona compagnia, una compagnia di splendidi socialisti. Ma qui potrebbe giungere una domanda impertinente per la cultura media dei nostri interlocutori. Chi è stato il latitante italiano più illustre? Stupirà qualcuno apprendere che è stato il Padre della nostra lingua, finito per ritorsione sotto «accusa di concussione», avendo massime responsabilità di governo in quanto Priore di Firenze. Dante Alighieri, che aveva ratificato una condanna contro tre banchieri papali, fu a sua volta perseguito dopo che papa Bonifacio VIII riprese il controllo di Firenze. “Fu giudicato colpevole di aver ricevuto denaro in cambio dell’elezione dei nuovi priori, di aver accettato percentuali indebite per l’emissione di ordini e licenze a funzionari del Comune e di aver attinto dal tesoro di Firenze più di quanto correttamente dovuto», come testualmente riporta la ricerca di Carlo A. Brioschi ‘Breve storia della corruzione’ (TEA Editori). Dante non si presentò al processo – si difese dunque ‘dal’ processo, non ‘nel’ processo – e fu pesantemente condannato in contumacia; fu così che “a 37 anni Dante intraprese la strada dell’esilio”, della ‘latitanza’ avrebbero detto altri nella odierna parlata tribunalesca. Si dirà che quelli di Dante erano tempi più feroci, che il “ghibellin fuggiasco” cantato da Foscolo scappava da un potere soverchiante. Eppure i tempi di “Mani pulite” non furono teneri. Mattia Feltri nel libro ‘Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite’ (Marsilio) riferì di “un periodo cupo, meschino, di furori e di paure, di follia collettiva, in cui una cultura politica era stata spazzata via in modo dissennato”. Parimenti un prestigioso studioso progressista come Michele Salvati nel suo saggio ‘Tre pezzi facili sull’Italia’ (il Mulino) definì “un fatto unico in Europa” la scomparsa dei partiti democratici di governo, “un esito che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre e rivoluzioni”. Ecco il “clima infame” da cui prese le distanze Craxi: per il gergo carcerario e massmediatico divenne un pericoloso ‘latitante’, per il lessico più gentile e più giusto fu un fuoriuscito, un rifugiato, un esule appunto. Forse Di Pietro, in vena di riflessioni meditate, potrebbe in futuro stupirci con nuove revisioni su un tema fino a ieri senza contraddittorio al di fuori di una stretta cerchia di miti pensatori.
Nicola Zoller