Hanno perso casa e lavoro, inghiottiti dal terremoto. La terra ha tremato portandosi via i sacrifici di una vita e, con loro, la speranza che aveva accompagnato il difficile viaggio di chi ha scelto di emigrare. Quasi 300 persone di nazionalità tunisina si sono imbarcate, giovedì sera, dall’aeroporto Marconi di Bologna su due airbus della compagnia di bandiera TunisAir. Tornavano in patria, destinazione aeroporto di Tunis Carthage. Chissà oggi dove sono quelle persone, chissà dove hanno dormito e chissà con che animo hanno visto l’alba del giorno dopo il rimpatrio.
IN CERCA DI UNA NUOVA VITA – Avevano attraversato il mare con la speranza di trovare una nuova vita in un Paese straniero, come tutti gli emigranti del mondo: uomini ma soprattutto donne e bambini che vivevano principalmente tra Modena, Ferrara e Mantova, le zone più colpite dal sisma. Il terremoto ha colpito senza discriminare, non ha fatto distinzione di nazionalità: ma per chi si trovava a vivere in una terra straniera, forse, la ferita è ancora più profonda.
ERA LA PRIMA VOLTA CHE SI SEPARAVANO DAI LORO PAPA’ – «C’erano tanti bambini, quasi tutti con gli zaini di scuola: alcuni scherzavano con noi ma molti piangevano. Le mamme ci hanno spiegato che era la prima volta che si separavano dai loro padri». Lo ha raccontato ad Avanti!online la dirigente Silvia Fenu della polizia di frontiera dell’aeroporto che, insieme alle autorità tunisine del consolato di Genova, ha coordinato le operazioni di rimpatrio.
LA VAL PADANA DEGLI “STRANIERI” – Famiglie che erano riuscite a riunirsi, che avevano scelto di costruire il proprio futuro in Italia, trovando nella Val Padana la loro nuova casa: proprio quell’area rappresenta, infatti, una delle regioni più multietniche del territorio italiano con una presenza di cittadini di nazionalità straniera tre volte superiore alla media nazionale. Un esempio di integrazione e di civiltà per un Paese che, pur conoscendo bene cosa significhi l’emigrazione, non sempre tratta con rispetto chi arriva in cerca di una vita degna e di un lavoro per garantire il futuro dei propri figli.
FAMIGLIE CHE IL TERREMOTO HA DIVISO DI NUOVO – Quel lavoro che avevano sognato e per il quale avevano lasciato il proprio Paese. Alcuni di loro erano riusciti a comprare una casa, a trovare una stabilità, a mettere radici: in un attimo il terremoto si è portato via tutto. Le case sono ora inagibili, i posti di lavoro affidati alla roulette del destino: così molti padri hanno deciso di rimandare a casa quelle famiglie con le quali erano riusciti faticosamente a ricongiungersi nella speranza che tutto possa risolversi presto.
MORTI SUL POSTO DI LAVORO – Per altri, invece, il danno non si risolverà. Lo scorso 20 maggio, Tarik Naouch, marocchino di soli 29 anni era rimasto sepolto, insieme ad altri 3 operai italiani, dal crollo di un capannone nella provincia di Ferrara. Anche Mohammed Azaarg era marocchino e anche lui è rimasto sotto le macerie di una fabbrica, a San Felice sul Panaro, con il suo compagno di lavoro Pawan Kumar che veniva da una terra ancora più lontana, la regione indiana del Punjab. I membri della sua famiglia, in lacrime, avevano detto che sarebbero tornati a casa, in India. Pawan aveva 27 anni e due figli piccoli, una bimba di due anni e un bimbo di 8 mesi. Chissà, fra tanti anni, come gli racconteranno del loro papà, morto in una terra lontana mentre lavorava per loro.
Roberto Capocelli