Ci mancava anche questa: utilizzare i medici ospedalieri rimasti per coprire le Case di Comunità costruite senza avere il personale necessario. È come realizzare una cucina senza cuoco e quando finalmente se ne trova uno metterlo a lavorare con attrezzature inadeguate. È la costante di una politica che continua a sperimentare, perché di questo si tratta, sulla salute dei cittadini.
Mentre le nuove strutture territoriali si avvicinano all’entrata in funzione emerge un problema noto fin dall’inizio: mancano i professionisti necessari per farle funzionare davvero. Costruire edifici e allestire ambulatori è stato relativamente semplice, molto più difficile reperire medici e infermieri in numero sufficiente. Per questo si starebbe valutando di impiegare personale già in servizio negli ospedali per coprire parte delle attività nelle nuove sedi territoriali.
Secondo quanto emerso alcuni specialisti potrebbero dedicare una quota del proprio orario ai pazienti delle strutture di prossimità con l’obiettivo di avvicinare le cure ai cittadini e alleggerire gli ospedali. Le direzioni sanitarie assicurano che non vi sarà alcun depauperamento dei reparti e che l’iniziativa punta a riorganizzare l’assistenza trasferendo sul territorio attività ritenute più appropriate. Restano però interrogativi sulle modalità di applicazione e sugli effetti che questa scelta potrebbe avere su servizi già oggi sotto pressione. Anche tra i professionisti non mancano le perplessità.
Le organizzazioni dei medici segnalano di non essere state coinvolte preventivamente e attendono atti ufficiali prima di esprimere una valutazione definitiva. Il timore è che anziché aumentare l’offerta di prestazioni si finisca per spostare personale da una sede all’altra senza risolvere la carenza di organico. Secondo questa interpretazione, se le attività territoriali richiedono nuove risorse sarebbe necessario prevedere adesioni volontarie e adeguati incentivi evitando di sottrarre tempo e professionisti a reparti che già affrontano liste d’attesa e carichi di lavoro elevati.
La vicenda ha acceso anche il dibattito politico. Alcuni rappresentanti delle istituzioni regionali chiedono chiarimenti sulla strategia adottata sostenendo che il rischio sia riempire strutture nuove svuotando servizi esistenti. La preoccupazione riguarda le possibili ripercussioni sui tempi di attesa e sulla qualità dell’assistenza ospedaliera. I dubbi non si fermano ai medici. Anche sul fronte infermieristico emergono timori sull’ipotesi di utilizzare personale già impegnato nell’assistenza domiciliare per coprire turni nelle nuove strutture territoriali. Secondo i critici ciò potrebbe indebolire servizi essenziali destinati ai pazienti più fragili.
Chi contesta il progetto sostiene che non sia possibile rafforzare un servizio sottraendo risorse a un altro, soprattutto in un contesto segnato da una cronica carenza di personale sanitario. Il rischio, denunciano, è creare nuove attività senza le risorse umane necessarie e scaricare il peso dell’organizzazione su professionisti già sottoposti a forte pressione. La questione resta aperta e in assenza di provvedimenti ufficiali continua ad alimentare dubbi e preoccupazioni. Per molti osservatori il vero nodo non è l’apertura delle nuove strutture ma la disponibilità di personale sufficiente a renderle realmente funzionanti senza compromettere ciò che già esiste.