Gaza oggi è un luogo senza orizzonte. Dopo una guerra combattuta casa per casa, palazzo per palazzo, fino a cancellare interi quartieri e gran parte della vita civile, soprattutto quella dei bambini, non è arrivata alcuna ricostruzione. Solo macerie, fango e sopravvivenza. Ragazzini senza acqua né pane, vestiti di stracci, esposti a intemperie tutt’altro che imprevedibili. Ci si sarebbe aspettati almeno un segnale, una prospettiva, una promessa concreta. Invece nulla. E allora la domanda resta sospesa: perché Israele e il governo Netanyahu, al di là della vendetta per la strage del 7 ottobre 2023, hanno spinto la distruzione fino a questo punto? Qual era il vero obiettivo? Solo un anno fa si parlava apertamente di un futuro diverso, insediamenti turistici, investimenti, una nuova Gaza presentata come occasione di sviluppo per una popolazione ridotta a vivere di espedienti. Di quel progetto resta solo un video circolato in rete e poi rapidamente rimosso dalla memoria collettiva: Trump e Netanyahu, sigaro in bocca, intenti a illustrare resort, palme e alberghi sul mare. Un’immagine grottesca che allora suscitò indignazione. Un’Europa scandalizzata protestò severamente. Poi voltò pagina. Oggi il vuoto si somma al vuoto. I bambini sopravvissuti mangiano quel che c’è, pane e odio imboccati dai genitori in attesa del prossimo bombardamento e della prossima guerra annunciata. Il ciclo è noto, quasi rituale. A meno che? A meno che quelle promesse non tornino utili. A meno che Gaza non venga davvero trasformata in un grande progetto economico, come ipotizzato dal Tycoon. Ma era un piano o solo propaganda? Un’idea o un’arma narrativa? Trump intanto brandisce lo spadone di Brancaleone sulla scena globale: Venezuela, Messico, Groenlandia, Iran. Dalla Russia “con amore”, come nei romanzi di Fleming, fino alla Palestina, che paradossalmente dovrebbe essergli grata per aver contribuito alla sua ascesa politica internazionale. Per quella pace negoziata tra autocrati in una impersonale riunione nella hall di un albergo qualsiasi, il Tycoon puntava persino al Nobel. La carità non basta. A Gaza non servono elemosine ma lavoro, infrastrutture, futuro. Se davvero si vuole parlare di sviluppo lo si faccia fino in fondo: Bezos potrebbe trasformarla in un hub logistico per il Medio Oriente, Musk in una base tecnologica o satellitare. Provocazioni, certo, ma più concrete di molte dichiarazioni ufficiali. Perché le promesse, come il marinaio con la coppola, fanno scena solo finché il vento non le porta via. E a Gaza di vento ne soffia fin troppo.
C’era una volta Gaza. Trump e le promesse del marinaio con la coppola