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Chi lucra sulla guerra a Gaza? Le domande che nessuno osa fare

Di Hubert Śmietanka - Opera propria, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=1351529

In mezzo al rumore assordante delle bombe e al silenzio glaciale delle diplomazie, resta una domanda che sembra non voler trovare risposta: chi sono le aziende che stanno lucrando sul massacro in corso a Gaza? Chi rifornisce Israele di armi, munizioni, tecnologie militari sempre più sofisticate, quelle stesse che oggi cadono, giorno dopo giorno, sulle case, sugli ospedali, sulle scuole e sui corpi di migliaia di civili, metà dei quali sono bambini? È facile puntare il dito verso regimi autoritari, lontani geograficamente e politicamente, che forniscono al massimo armi leggere o sistemi d’arma obsoleti. Ma la realtà, se solo si ha il coraggio di guardarla in faccia, è un’altra. I veri protagonisti di questo business della morte sono spesso Stati “evoluti”, aziende occidentali, colossi multinazionali con sedi nei centri finanziari più avanzati del mondo. Non vendono lance o fionde, ma droni, missili di precisione e software di sorveglianza. Non sono nemici dichiarati della democrazia; spesso, anzi, si presentano come suoi paladini. E allora: chi sono questi soggetti? Da dove partono i container che trasportano armi letali verso il Medio Oriente? Quali rotte percorrono? Chi sono i trasportatori, gli intermediari, i fornitori, i partner industriali coinvolti? Sono domande che raramente entrano nel dibattito pubblico, troppo spesso ingabbiato in slogan vuoti o paralizzato dalla paura di toccare certi interessi. Anche solo porle, queste domande, sembra diventato un atto rivoluzionario. Scrivere oggi non è solo faticoso e mal pagato, ma anche rischioso. Ci si espone a censure, denunce, linciaggi mediatici. Eppure è doveroso, se non altro per rompere il muro dell’omertà che circonda il commercio delle armi. Un’industria globale che muove ogni anno centinaia di miliardi di euro, spesso nell’ombra, protetta da una cortina di segretezza e ipocrisia. E l’Italia? Quante sono le aziende italiane che producono armi o componenti bellici destinati a teatri di guerra, direttamente o attraverso triangolazioni più o meno opache? Lo stesso vale per gli altri 27 Paesi dell’Unione Europea. Non basta più sventolare bandiere arcobaleno o condannare genericamente la violenza. Serve trasparenza. Serve sapere chi produce, chi vende, chi compra. Perché altrimenti rischiamo di parlare del sesso degli angeli, mentre sulla terra continuano a morire bambini. Si moltiplicano i proclami di pace da parte di leader religiosi e istituzioni morali, ma chi è disposto a rinunciare davvero ai profitti derivanti dalla guerra? Si condanna la violenza, ma si benedice – tacitamente – la spada. E la spada ha un fabbricante. Un distributore. Un cliente. La storia è piena di stereotipi, omissioni, verità sepolte. Non c’è mai stato un vero dibattito pubblico su come Hiroshima e Nagasaki siano state rase al suolo con gli alibi più fantasiosi. E oggi si assiste alla stessa narrazione: le bombe cadono accidentalmente anche a Gaza. Netanyahu telefona al Papa per scusarsi del bombardamento dell’unica chiesa cristiana, come se le scuse bastassero a ricomporre i corpi smembrati. C’è una ripetizione grottesca dell’indifferenza per la vita umana che ormai non scandalizza quasi più nessuno. Eppure, in questo mondo – dove tutti nasciamo nudi e nudi ce ne andiamo – non può essere accettabile che i pochi anni della nostra esistenza siano scanditi da atrocità così sistematiche. Se nemmeno la più antica e saggia tra le religioni monoteiste sente il bisogno di fermare il genocidio in corso, allora chi può farlo? Forse dovremmo cominciare da chi – legittimamente – produce e vende le armi. Perché non ci può essere pace se si continua ad investire nella guerra.