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CONFRONTO ALLA PARI

Non può che convenirsi sulla opportunità dell’intervento con cui il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha invitato i protagonisti del dibattito referendario al rispetto reciproco e a una maggiore moderazione. Occorre scongiurare il rischio che toni aspri e affermazioni irresponsabili inneschino conflitti di non breve durata nei rapporti tra le istituzioni repubblicane.
Ciò detto è doveroso ribadire che la lettera scarlatta che si vorrebbe cucire sulla giacca dei sostenitori del sì, per confinarli in una cerchia di inaffidabilità morale e complottismo anticostituzionale, non è altro che l’abusata arma propagandistica con cui si punta a deviare l’attenzione dai contenuti veri della riforma. Non conta, in definitiva, quello che è scritto nelle norme, conta invece il giudizio morale su chi le approva al referendum, trasformando l’appuntamento elettorale in un nuovo salvifico lavacro in cui purificare la società dei giusti dalla contaminazione degli abusi di potere. Da ultimo è però accaduto che, oltre ai potentati politici e alla massoneria deviata, anche “indagati” e “imputati” siano finiti a sorpresa nel fascio dei reprobi, sospettati di volersi proditoriamente sottrarre al rigore della giustizia votando a favore della riforma della magistratura. E qui si apre una questione molto seria di cultura giuridica e tutela dei valori garantisti. È inaccettabili la gogna degli indagati, ovvero di soggetti nei cui confronti non sono stati neanche ancora raccolti solidi indizi di colpevolezza, e che a conclusione dell’indagine cui sono sottoposti possono pur sempre risultare totalmente estranei ai fatti per cui si procede; così come non è concepibile che, cestinando il principio della presunzione di innocenza, l’imputato, prima ancora della celebrazione del processo, diventi un colpevole che, chissà come, grazie alla separazione delle carriere, penserebbe di farla franca. Al cospetto di nuove preoccupanti tendenze giustizialiste, che mettono in discussione principi basilari di civiltà giuridica, va allora con maggior forza e convinzione ribadita la indispensabilità di accrescere il sistema delle garanzie , dando piena attuazione all’art.111 della Costituzione sul “giusto processo”: confronto ad armi pari tra accusa e difesa, e , finalmente, separazione formale e sostanziale tra chi accusa e chi giudica.

 

 

Luigi Diego Perifano

Responsabile giustizia Psi

 

 

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