Antonio Polito, editorialista del “Corriere della Sera”, ha proposto un libro che dovrebbe contenere utili indicazioni per la vita pubblica del nostro tempo. Infatti, dedicato ad Alcide De Gasperi, è così intitolato: “Il costruttore. Le cinque lezioni di De Gasperi ai politici di oggi” (Mondadori).
Sembrerebbe una ricerca volta a favorire la ripresa di un dibattito serio rispetto alla caducità della politica attuale e tale da contrastare chi da più di trent’anni fomenta l’antipolitica che ha allontanato milioni di persone dalla partecipazione alla vita democratica e dal voto (alle imminenti elezioni europee si prospetta una partecipazione largamente al di sotto del 50 % degli aventi diritto al voto).
E invece come viene presentata dal suo autorevole giornale? Purtroppo con una sequela di appunti contro i partiti, praticando ancora quella linea distruttiva che il principale giornale italiano ha seguito – anzi ha ispirato – dagli anni Novanta in poi. È un costante dispiacere constatarlo, perché il “Corriere” dovrebbe essere invece il giornale della classe media e colta che pratica e pretende la riflessione, non l’invettiva. Uso parole schiette: che dire altrimenti se il direttore Luciano Fontana nella recensione al saggio di Polito (“Ricominciare da De Gasperi”, 21 maggio 2024, p. 46) per ben quattro ripetute volte – in sole quattro colonne – schernisce il ruolo dei partiti? 1) Eccolo sostenere che questi avrebbero disconosciuto l’eredità di De Gasperi: “una straordinaria occasione perduta – sostiene Fontana – all’inseguimento di quella Repubblica dei partiti che ha dato il peggio di sé negli ultimi decenni”. 2) Non poteva mancare la disgraziata Cassa del Mezzogiorno che “per tanti anni funzionò… prima di finire nella morsa degli appetiti dei partiti”. 3) E incalza: “De Gasperi fu un premier forte perché forti erano le istituzioni non ancora messe all’angolo dalla Repubblica dei partiti”. 4) Corollario e chiusa finale: “Un premier è forte se le istituzioni sono forti, non sopraffatte dal peso dei partiti”.
Non si è ancora sazi di queste invettive contro i partiti? Per forza alla fine non si va più a votare, con percentuali di voto che nella prima Repubblica dei biasimati partiti forti – in grado cioè di collegare i cittadini alla vita democratica secondo l’auspicio della Costituzione repubblicana – sfiorava il 90% degli aventi diritto (nel 1992 – prima che tra il 1993-94 l’operazione “Mani pulite” ponesse fine ai partiti democratici che avevano approvato la Costituzione repubblicana – votò l’87,07 % degli aventi diritto), precipitando nel 2022 al 63,9%, e la tendenza pare sempre più negativa.
Avanti dunque con il discredito, incuranti del fatto che “diffamando e continuando a diffamare” (cfr. Mattia Feltri, editoriale de “La Stampa”, 29 aprile 2023) la memoria dei partiti democratici, si crea un solco con cittadini, irridendo di fatto il loro “diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” (art. 49 Cost.). Associarsi perché, visto che i partiti sono sedi malefiche?
Eppure l’attuale direttore del “Corriere della Sera” avrebbe potuto leggere Pierluigi Battista sullo stesso giornale dell’ 8 marzo 2018: «Una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti. I partiti erano quel che erano… ma le sezioni dei partiti erano cose serie, lì ci si riuniva, si andava la sera, dopo il lavoro, si discuteva, ci si confrontava, si litigava. La sezione di partito era un corpo intermedio pieno di vita, un punto di riferimento, un luogo caro a cui appartenere» Poi tutto svanirà, avremo la solitudine di massa, una «folla solitaria» come la definì il sociologo David Riesman. Tutto risulterà «disintermediato», senza corpi intermedi tra l’elettore e le istituzioni – tra il popolo e chi decide – insomma sedi reali di confronto per il cittadino. Sulla politica dominerà il mezzo televisivo, i dibattiti – col popolo solo ascoltante e guardante – si svolgeranno nei talk show; per quella folla solitaria resterà Internet «a collegare gli scontenti, ad alimentarli, a rinfocolarli» aveva aggiunto Aldo Cazzullo (stesso giornale, stesso giorno).
Ci sarebbe infine la parte della scienza giuridica e politica, che dovrebbe essere presente ai grandi informatori. Segnaliamo tra i democratici lo scienziato più autorevole, Hans Kelsen e la sua opera “La democrazia” più volte pubblicata in Italia tra il 1955 e il 1984 da il Mulino. I partiti sono per Kelsen nientemeno che la ‘conditio sine qua non’ della democrazia: «la democrazia può esistere solo se gli individui si raggruppano secondo le loro affinità politiche, allo scopo di indirizzare la volontà generale verso i loro fini politici, cosicché, fra l’individuo e lo Stato, si inseriscono quelle formazioni collettive che, come partiti politici, riassumono le uguali volontà dei singoli individui». Di conseguenza, «solo l’illusione o l’ipocrisia può credere che la democrazia sia possibile senza i partiti politici». Ecco perché agli illusi e agli ipocriti il più grande teorico della democrazia rappresentativa ha incessantemente spiegato: «La moderna democrazia si fonda interamente sui partiti politici, la cui importanza è tanto maggiore quanto maggiore applicazione trova il principio democratico».
E’ un dispiacere che la sua predicazione si sia arenata in Italia nel deserto dei filistei populisti della Repubblica, seconda, terza etc.
Nicola Zoller