Dall’Afghanistan a Gaza la condizione femminile attraversa un unico filo di ferro spinato. Due contesti profondamente diversi, due conflitti dissimili per natura e geografia, ma una stessa realtà per chi nasce donna: emarginazione, violenza, cancellazione. In entrambi i casi la donna è ridotta a bersaglio silenzioso, vittima non solo del fondamentalismo e della guerra, ma anche dell’indifferenza internazionale. In Afghanistan, dopo il ritorno dei talebani nel 2021, la repressione si è abbattuta in modo sistematico. Alle ragazze è vietato andare a scuola oltre la sesta elementare, le università sono chiuse alle studentesse, le donne sono escluse da quasi ogni impiego pubblico e obbligate a indossare il burqa in pubblico. La parola “donna” è stata rimossa persino dalle insegne degli ospedali. Secondo Reuters oltre un milione di ragazze è stato escluso dall’istruzione secondaria, e l’ONU ha parlato chiaramente di “apartheid di genere” e di crimini contro l’umanità. Il procuratore capo della Corte Penale Internazionale ha avviato richieste di mandato d’arresto contro i leader talebani, accusati di persecuzione contro le donne in violazione del diritto internazionale.
Le stesse ragazze che pochi anni fa sognavano di diventare medici o insegnanti oggi vivono relegate in casa, senza voce, senza futuro. Secondo l’ONU, non ci sarà pace né prosperità per il Paese fino a quando queste restrizioni non saranno revocate. Ma intanto il mondo guarda altrove, impegnato in altri conflitti, in altri silenzi. E tra questi silenzi c’è quello che circonda Gaza. Dal 7 ottobre 2023, la guerra ha devastato la Striscia, colpendo in modo sproporzionato donne e bambini. Secondo le fonti più autorevoli due terzi delle vittime civili sono donne o minori. I dati, confermati anche dal Ministero della Sanità di Gaza, descrivono un quadro tragico: ospedali materni distrutti, parti effettuati senza anestesia, donne rimaste sole a sostenere famiglie decimate. In un contesto dove già prima del conflitto le donne soffrivano discriminazioni e restrizioni imposte tanto dalla società quanto dal blocco militare, oggi la loro esistenza è una forma di resistenza silenziosa. Il corpo femminile è terreno di battaglia ovunque si combatta una guerra che vuole spegnere l’autodeterminazione. In Afghanistan attraverso la repressione legale, a Gaza con la distruzione sistematica della vita quotidiana. In entrambi i casi, le donne pagano il prezzo più alto e più invisibile. L’Occidente osserva, condanna a parole, ignora nei fatti. In Afghanistan ha lasciato il campo con disordine abbandonando le donne alla morsa talebana dopo vent’anni di promesse. A Gaza si limita a lacrime diplomatiche, mentre tollera o giustifica operazioni che colpiscono indiscriminatamente la popolazione civile, con la complicità di governi che scelgono di non vedere.
Quello che unisce Kabul e Gaza è la negazione dell’essere donna in tempo di guerra. Non come effetto collaterale ma come obiettivo diretto. E finché le voci femminili continueranno a essere messe a tacere, non ci sarà ricostruzione né giustizia, né in Afghanistan né in Palestina.