Il Fondo

Dallo yacht in Costa Smeralda, un pollice verso per Gaza

Di Photo: Myrabella / Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=29114805

Perché lo yacht? Perché la Costa Smeralda? A quanto pare la sofferenza si può discutere meglio cullati dalle onde serviti da camerieri in guanti bianchi, mentre il sole tramonta dietro le colline milionarie della Sardegna. In un mondo sempre più abituato all’estetica dell’indifferenza, l’immagine di delegati che decidono se e quanto aiutare una popolazione allo stremo mentre sorseggiano Dom Pérignon su un ponte in teak, non è solo disturbante: è offensiva. La crisi umanitaria di Gaza non è un argomento da cocktail. È una tragedia di proporzioni immani, con bambini mutilati, ospedali al collasso, fame diffusa e città rase al suolo. Discuterla in un contesto del genere significa, di fatto, normalizzare la distanza tra chi soffre e chi decide. Significa rimuovere il dolore, sterilizzarlo, renderlo un argomento tra altri, da inserire tra l’antipasto di mare e il sigaro cubano. E non è solo una questione di forma. La forma è sostanza, in diplomazia come nella vita. In che modo si può davvero trasmettere urgenza, empatia, gravità, se l’incontro avviene in una cornice di lusso sfacciato? Quale messaggio si manda al mondo – e soprattutto alle vittime – quando si sceglie di negoziare la loro salvezza tra piscine infinite, yacht da cento metri e catering da chef stellati? È come se si discutesse di terremotati in un centro benessere, o di rifugiati su una terrazza con vista su Saint-Tropez. L’assurdità è tale che non sembra nemmeno vera. Ma è vera, e ciò che la rende ancora più insopportabile è che sembra non indignare più nessuno. È come se avessimo accettato l’idea che chi ha potere non solo possa, ma debba trattare questioni di vita o di morte come fossero affari tra azionisti. E poi c’è il paradosso: se lo scopo era la riservatezza, perché il clamore? Se lo scopo era trovare soluzioni rapide, perché la lentezza? Se davvero si cercava una via d’uscita, perché scegliere un simbolo così eloquente di disinteresse e privilegio? La verità è che quello yacht, più che un luogo di confronto, è stato un palcoscenico. Non per risolvere, ma per mostrarsi. E se un’immagine vale più di mille parole, quella dell’élite diplomatica che discute di Gaza al largo della Costa Smeralda vale come un manifesto dell’ipocrisia internazionale. Un pollice verso non solo per Gaza, ma per l’idea stessa di giustizia.

Alla fine, l’unico lusso che ci si sarebbe potuti permettere era la sobrietà. E invece, ancora una volta, si è scelto il contrario: il comfort prima della coscienza. Risultato, dallo yacht che solca le acque color smeraldo della Sardegna, pessime notizie per i bambini palestinesi mutilati che muoiono di fame.