Più leader si uniscono a Starmer e Macron nel mostrare entusiasmo per l’intervento in Ucraina, più si riducono le possibilità che tra Kiev e Mosca possa davvero emergere una via diplomatica. Lo hanno ormai capito tutti, perfino Donald Trump, che nel frattempo sembra più interessato a progetti immobiliari sulla costa palestinese, dove il logo della sua impresa edile potrebbe presto campeggiare sui pennoni di alberghi e grattacieli da costruire una volta “sgombrata” Gaza dal suo tirapiedi di fiducia. In questo clima, volenterosi e non, sembrano animati dalla speranza di ricevere in cambio un carico di grano e magari una confezione natalizia di terre rare. Intanto, mentre spendono i soldi dei contribuenti europei per viaggiare con i rispettivi aerei di Stato, inviano note spese a Bruxelles e recitano all’unisono la parte dei salvatori, illudendo il presidente Zelensky che l’invio di qualche contingente simbolico basterà a far fuggire Putin a gambe levate. La metafora è ardita, ma da tre anni l’Europa interviene per scoraggiare ogni tentativo di compromesso, convincendo l’Ucraina che la vittoria sia a portata di mano. E nel frattempo, come Penelope, disfa ciò che ha finto di tessere il giorno prima, in attesa di un Ulisse che non arriva. Qualcuno, prima o poi, dovrà dirlo: l’epopea è solo una narrazione, non una soluzione. Ciò che irrita di più è che, ad ogni nuovo vertice internazionale, Vladimir Putin ne esce rafforzato, come se si sentisse il moderno Achille. Invece non è altro che un autocrate che ha invaso un Paese sovrano, devastandolo e sacrificando centinaia di migliaia di suoi giovanissimi soldati. Ha fatto bene la Corte penale internazionale dell’Aia a emettere un mandato di arresto per lo zar di Mosca, ritenuto responsabile di crimini efferati. Ma altrettanto necessario sarebbe imporre un freno agli Stati che, da tre anni, riforniscono l’Ucraina di armi e denaro, alimentando il conflitto più di quanto non facciano per fermarlo. Invece di incoraggiare un incontro tra Zelensky e Putin, si continua a girare intorno ad un conflitto che pare destinato a incancrenirsi. E si rilancia con la proposta di “mettere gli scarponi” a terra, come se l’escalation fosse una soluzione anziché un rischio esistenziale. Massimo rispetto per il presidente francese, che da tempo scalpita per primeggiare sulla scena europea e, talvolta, sembra voler prendere il posto della presidente von der Leyen. Ma sarebbe opportuno che frenasse la sua smania di protagonismo e la riservasse alle prossime elezioni europee, anche perché in patria difficilmente riuscirà ad ottenere un altro mandato. E, ad essere sinceri, vista la sua esperienza e la giovane età, non dispiacerebbe vederlo alla guida della Commissione. Ma questo, come si suol dire, è un altro discorso. Per ora il vero tema resta questo: si vuole davvero la pace, o solo una guerra infinita che serve ad alimentare interessi, visibilità e bilanci in rosso da coprire con l’ideologia?
Cancelliamo l’idea degli scarponi e facciamo in modo che li tolgano anche i russi e gli ucraini.