Gli ultimi dati sulla parità di genere non sono affatto incoraggianti: per il Global Gender Gap Index del World Economic Forum, l’Europa Occidentale la raggiungerà tra 61 anni, ma per ottenerla a livello globale ci vorranno 120 anni.
Le donne: studiano di più, si laureano prima e meglio, sfruttano meglio le esperienze all’estero e i tirocini. Ma fanno più fatica a trovare un lavoro rispetto ai loro colleghi e guadagnano in media il 20% in meno. E con il Covid-19 la forbice è cresciuta. Questa la fotografia del gender gap che affligge le laureate italiane, secondo il primo rapporto realizzato da AlmaLaurea sul tema, coinvolgendo 950mila laureati intervistati a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo.
In Italia le donne sono il 60% dei laureati, con un voto medio di diploma di 82,5/100, contro l’80,2/100 dei maschi. Anche nella carriera all’interno degli atenei le donne primeggiano in tutto, perché prendono parte più degli uomini alle esperienze di tirocinio curriculare, di lavoro durante gli studi e di mobilità studentesca. I risultati universitari, in termini sia di regolarità negli studi sia di voto di laurea, sono migliori per le donne, che chiudono gli studi senza uscire fuori corso al 60,2%, rispetto al 55,7% degli uomini.
Ma nel mercato del lavoro il panorama si stravolge e le differenze di genere emergono drammaticamente. Il tasso di occupazione, ad esempio, è sempre a vantaggio degli uomini: a cinque anni dalla laurea è all’86,0% per le donne e al 92,4% per gli uomini. E il divario si amplia ulteriormente in presenza di figli.
Per gli uomini, poi, è maggiore il tasso percentuale di lavoro autonomo; per le donne, invece, più contratti non standard, specie alle dipendenze e a tempo determinato, anche perché occupate più degli uomini nel settore pubblico.
Anche in termini retributivi si conferma il forte vantaggio a favore degli uomini: a cinque anni dalla laurea, gli uomini percepiscono in media il 20% in più delle donne: tra i laureati di primo livello, 1.374 euro per le donne e 1.651 euro per gli uomini.
Dopo la laurea, l’analisi mostra che sono soprattutto gli uomini a occupare ruoli di alto livello, cioè imprenditoriale o dirigenziale (2,2% tra le donne e 3,9% tra gli uomini).
“Basta con questa storia che le donne intelligenti fanno paura a tutti – dice Anthony Hopkins – La realtà è che le donne intelligenti fanno paura a chi di intelligenza non ne ha”.
Sarà per questo che per centinaia di anni le donne sono state considerate il “sesso inferiore”, i loro corpi e le loro menti più deboli, il loro ruolo asservito. Perfino quel genio di Charles Darwin affermava che le donne fossero a uno stadio inferiore dell’evoluzione. Per secoli la scienza ha sostenuto che uomini e donne sono fondamentalmente diversi. Anche i biologi ripetono che le donne sono più adatte a crescere le famiglie perché sono più “empatiche”, mentre gli uomini sono descritti come eccellenti in compiti che richiedono ragionamento logico/spaziale e abilità motorie.
Lo stesso Nietzsche, forse senza ironia, ripeteva che se la felicità dell’uomo è io voglio, la felicità della donna è lui vuole.
Ma un avvertimento chiaro sulla parità di genere arriva da Audrey Azoulay, direttrice generale Unesco e donna che sta rivoluzionando l’Unesco dal 2017: “il mondo non deve esser privato del potenziale, dell’intelligenza e della creatività delle migliaia di donne vittime di disuguaglianze e pregiudizi profondi” – dice Azoulay, evidenziando un tema importante anche per l’Agenda Onu 2030, che lo ha inserito nel suo Obiettivo Nr. 5.
Adottato all’unanimità dai 193 Paesi membri delle Nazioni Unite con risoluzione 70/1 del 15 settembre 2015, il Goal 5 punta anche alla parità tra tutte le donne nei diritti e nell’accesso alle risorse economiche, naturali e tecnologiche, alla piena ed efficace partecipazione delle donne al mondo del lavoro e alla pari opportunità di leadership a tutti i livelli decisionali, politici ed economici.
Eppure, secondo il più recente Rapporto ASvis (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile) condotto sull’avvicinamento dell’Italia agli obiettivi del Goal 5 ONU, nonostante i sensibili miglioramenti registrati a casa nostra negli ultimi anni, la strada è ancora lunga. Nel 2021 il Gender Gap Report del World Economic Forum ha mappato 156 Stati, e l’Italia si piazza al 63° posto per l’indice composito che interseca le differenze di genere in 4 ambiti specifici: partecipazione economica e opportunità, livello di istruzione, salute e sopravvivenza ed empowerment politico. Rispetto al 2020, in un solo anno, l’Italia è salita di 13 posizioni, ma resta comunque dietro il Perù e subito prima di Timor Est. Questo nonostante i continui appelli del Fondo monetario internazionale nel ricordare che la riduzione del gender gap nel settore lavorativo aumenterebbe la crescita del PIL fino al 35%: numeri importanti che non si possono ignorare. Ma di fatto sono ignorati.
In Italia solo due mesi fa la Ragioneria generale dello stato ha pubblicato il “Bilancio di genere 2020”, importante strumento per studiare sia la posizione delle donne italiane nell’economia e nella società, sia il modo in cui le politiche pubbliche influenzano i divari di genere.
I dati del Bilancio confermano che, indipendentemente dal reddito familiare complessivo, le donne italiane hanno redditi largamente inferiori a quelli del partner.
E anche passando dai redditi familiari a quelli individuali, il quadro non cambia: le nostre connazionali sono solo il 16,2% di quell’1% degli italiani più ricchi.
Anche il PNRR ha rivolto la sua attenzione alla parità di genere, ponendo l’azzeramento del Gender Gap fra le sue tre priorità trasversali per l’inclusione sociale.
Così, per contrastare le tante sfaccettature della discriminazione verso le donne (che la pandemia ha contribuito a peggiorare), il PNRR prevede l’adozione di una “Strategia nazionale per la parità di genere 2021-2026” per raggiungere entro il 2026 l’incremento di cinque punti nella classifica dell’Indice europeo sull’uguaglianza di genere. La classifica in questione vede attualmente l’Italia al 14esimo posto tra i 27 membri UE. Oggi tutti i punteggi dell’Italia sono inferiori a quelli della media europea: in tutti i settori, tranne nella salute. Il punteggio più basso si tocca proprio nel settore del lavoro. Ecco perché le misure concrete previste dal PNRR per la parità di genere sono rivolte soprattutto a promuovere una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro, sia attraverso interventi diretti di sostegno all’occupazione e all’imprenditorialità femminile, sia con interventi indiretti (o abilitanti), rivolti in particolare al potenziamento dei servizi educativi per i bambini e di alcuni servizi sociali.
Sul fronte interno UE, dal 2020 la Commissione europea ha adottato una serie di documenti programmatici in materia di parità di genere, che prevedono l’adozione di misure e azioni specifiche per i prossimi anni. Questi sono stati raccolti nella “Strategia per la parità di genere 2020-2025” e includono abolizione della violenza degli stereotipi di genere, parità di partecipazione e di opportunità nel mercato del lavoro, parità retributiva; equilibrio di genere a livello decisionale e politico. Il 25 novembre 2020, inoltre, la Commissione europea e l’Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune dell’UE hanno presentato il Piano d’azione europeo sulla parità di genere – EU Gender Action Plan. Il piano prevede iniziative, nel periodo 2021-2025, volte ad accrescere l’impegno dell’UE nel conseguimento della parità di genere come priorità trasversale dell’azione esterna, e a promuovere un impegno strategico dell’UE a livello multilaterale, regionale e nazionale. Il Piano è anche rivolto ad accrescere il contributo dell’UE per il raggiungimento dell’obiettivo 5 dell’Agenda ONU 2030,
Infine, va annoverata la tutta italiana Certificazione di parità di genere. La legge di bilancio 2022 ha infatti predisposto un sistema nazionale di Certificazione ad hoc, come già previsto dalla Missione 5 – componente 1 del PNRR. A tal fine ha anche creato un Fondo specifico per le attività di formazione propedeutiche all’ottenimento di tale Certificazione, stanziando 3 milioni di euro per il 2022. Dal 1° gennaio di quest’anno i datori di lavoro italiani possono quindi dotarsi di questa “Certificazione della parità di genere” che riconosce le misure adottate per ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita in azienda, alla parità salariale a parità di mansioni, alle politiche di gestione delle differenze di genere e alla tutela della maternità. La loro volontà (documentata) di ridurre il Gender Gap sarà premiata con un apposito sgravio contributivo parziale.
E, senza andare sulla luna: è un piccolo passo per le donne, ma un grande passo per l’universo femminile.luc