A seguito dell’ultimo, tragico femminicidio avvenuto in Veneto, il Procuratore di Venezia Bruno Cherchi ha dichiarato che “non c’è un clima positivo”, che “bisogna frenare una partecipazione emotiva che sta creando qualche difficoltà”. Qual è il senso del suo invito?
Il dibattito su questo atroce delitto ha coinvolto politici, giornalisti, attori, influencer. Ci sono stati interventi di grande dignità (a partire da quelli dalla famiglia della vittima), ma c’è stato anche chi, del tutto estraneo alla vicenda, ha cercato di trarre da ciò un ritorno di immagine, sia in ambienti di destra (si pensi al pessimo intervento di Stefano Valdegamberi) sia di sinistra. Le parole del Procuratore, dunque, sono forse un’esortazione a trattare una vicenda tanto grave con la dovuta attenzione ma anche con il massimo pudore. Forse per questo scelgo di soffermarmi su questa vicenda alla lontana, guardando più ai risvolti psicosociali che a questa orribile storia in sé.
Il sistema dei media, ormai quasi del tutto inscindibile dal mondo social, si regge in buona parte sulla logica del clickbait, cioè sulla necessità di attirare click per guadagnare in pubblicità. Gli algoritmi dei social premiano a loro volta ciò che produce più engagement, cioè più coinvolgimento, il che porta quasi sempre a dare maggiore visibilità alle opinioni polarizzate. Ecco perché – come rivelò ad esempio la whistleblower di Facebook Frances Haugen – i social sono strutturalmente concepiti per facilitare un approccio sensazionalistico alle notizie, che spesso torna a vantaggio dei politici reazionari.
Anche il dibattito sulla violenza di genere sembra in qualche modo aver risentito di questa tendenza polarizzante. Da una parte c’è chi propone di mettere sul banco degli imputati tutti gli uomini, nessuno escluso, dall’altra prendono piede idee fascisteggianti all’insegna di parole d’ordine come “orgoglio maschile”. La lotta alla sopraffazione maschile della donna – faccenda sociale e non biologica – viene in qualche modo confusa con l’affermazione di una conflittualità irriducibile tra uomini e donne, con una lotta dei sessi senza possibilità di mediazione. Ciò ci avvicina al clima identitario statunitense, nel quale il tema dell’universalità dell’umano cede il posto alla lotta tra etnie, tra generi, e non all’alleanza tra etnie e tra generi contro le oppressioni e le violenze.
Il sociologo marxiano Joseph Gabel scriveva che il principio del razzismo consiste nel vedere l’etnia prima dell’essere umano, nel vedere l’essere umano non come una totalità concreta ma come il rappresentante di un’etnia. Seguendo la stessa traiettoria, si può intendere il sessismo come una forma di reificazione della donna, cioè come l’applicazione a tutte le donne di un modello di femminile stereotipato, che sussume sotto di sé ogni caratteristica individuale e considera ogni donna come nient’altro che la rappresentante tipizzata del suo genere. È forse da qui che comincia la sopraffazione: dal vedere il femminile e il maschile come etichette unilaterali, e non come i poli di una dialettica che si intersecano reciprocamente, si specchiano, si mediano. Non c’è forse espressione più alta dell’amore romantico (parliamo in questo caso di quello eterosessuale) dell’istante in cui donne e uomini si accorgono, nella loro differenza, di essere in realtà più affini di quanto pensassero, di intersecarsi, di essere espressioni diverse e simili di una medesima umanità. Sempre secondo Gabel, la sessualità è “l’espressione stessa del carattere dialettico del nostro inserimento nel mondo” ed è “dereificazione”, dunque dialettizzazione dell’altro e riconoscimento dell’altro quale totalità concreta. La lotta alle oppressioni e alla violenza di genere va dunque condotta, almeno secondo me, attraverso un processo di riconoscimento, di empatia, che porti le donne e gli uomini a diventare alleati. Alleati contro i comportamenti oppressivi e anche contro un’etica capitalistica che fa del “mors tua vita mea” la propria bandiera, che ha nella sopraffazione del prossimo la condizione della propria esistenza.
L’idea che la paura di una sanzione penale o sociale possa impedire nuovi atti di violenza potrebbe non sortire gli effetti desiderati. La paura della punizione è un fatto che riguarda narcisisticamente i carnefici, ma nulla fa per indurli a immedesimarsi con le vittime, nulla dice su queste ultime e su ciò che patiscono. Le vittime vengono cioè programmaticamente lasciate fuori, sono ancora i carnefici al centro del gioco. Per rimettere al centro le vittime si dovrebbe invece promuovere la capacità di identificare la violenza verso l’altro (o meglio, verso l’altra) come una violenza verso se stessi, di combattere l’attitudine, tipica di ogni violenza, a vedere la vittima come un non-soggetto.
In tempi in cui il sistema mediatico ci propone insistentemente modelli di relazione tra persone fondati sul dominio e sulla sottomissione, forse la ricerca di una relazionalità non autoritaria ed empatica può essere la strada giusta per cambiare paradigma. Questo modello è costituzionalmente anti-identitario. Lasciare che attecchisca il mito di un’“identità maschile” incompatibile con quella femminile, infatti, significa esattamente reificare, oggettificare, sia il maschile che il femminile. Si pensi ad esempio agli Stati Uniti, dove esistono organizzazioni di malati psichici socialmente pericolosi (i cosiddetti “incel”, arrivati recentemente anche in Italia) dediti ideologicamente alla violenza di genere e al femminicidio, che, invece di essere sottoposti a urgenti cure psichiatriche, vengono considerati come una sorta di gruppo identitario anti-femminile. Contro queste pericolose e mortifere patologie sociali, la sola soluzione è scoprire le intersezioni, le mediazioni, gli strettissimi legami che intrecciano maschile e femminile. Cioè quell’identità umana che ci rende espressioni diverse della stessa sostanza.
Giulio Laroni