Il Fondo

Dopo l’intervista di Mar-a-Lago, sono Trump nostri

Di Gage Skidmore from Surprise, AZ, United States of America - Donald Trump, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=95662195

Le dichiarazioni del Presidente americano, rilasciate dalla sua residenza privata a Mar-a-Lago a pochi giorni dalla sua proclamazione ufficiale e a ridosso dell’insediamento previsto per il 20 gennaio, che lo vedrà sfilare di fronte a tutti i suoi predecessori ancora in vita, hanno sorpreso l’opinione pubblica internazionale. O meglio, hanno scosso la classe dirigente messicana, canadese, danese e panamense, oltre all’Europa, che già conosceva un po’ le sue pretese, come quella di destinare il 5% del PIL agli investimenti in armamenti. Una cifra colossale, che, se realizzata, dovrebbe finire per la maggior parte nelle mani dei sofisticati produttori di armi statunitensi. Se Trump si accontentasse solo delle fatture, sarebbero molti i Paesi che, per non rischiare, gonfierebbero i bilanci, cercando di dimostrare di aver rispettato la quota richiesta. Alcuni potrebbero perfino far apparire una cassa di vecchie munizioni della Grande Guerra come se fosse una riserva d’oro tempestata di diamanti e raggiungere la cifra target con quelle, magari trasportate nel portabagagli dell’auto. Per questo motivo, Trump sembra voler fare il capo contabile, controllando personalmente tutte le giustificazioni delle spese, a partire dagli acquisti che pretenderà vengano effettuati esclusivamente dai fornitori americani. Ma se torniamo agli altri argomenti della conferenza, Trump sembrava piuttosto deciso quando ha parlato della volontà di cambiare nome al vecchio e glorioso Golfo del Messico, proponendolo come “Golfo d’America”. Idem per il Canale di Panama, che pare voglia “riprendersi” nonostante fosse stato restituito il 31 dicembre 1999, dopo decenni di dispute. Non parliamo poi del Canada, che vorrebbe annesso come 51esimo Stato, e della Groenlandia, che, nonostante sia sotto il controllo della Danimarca dal 1814 e faccia parte del suo regno dal 1953, sembra essere un altro obiettivo di Trump. Tutto questo Donald lo da per scontato e sembra non voler ammettere discussioni. Si dice che sarebbe pronto a “dare due scapaccioni” ai danesi per ottenere la Groenlandia, ma questo lo aggiungiamo noi, sulla base del tono dell’intervista. Insomma, abbiamo visto un Trump che promette e minaccia a destra e a manca. Un vero “Brancaleone da Norcia”, gasato dall’endorsement di Musk, con lo spadone sguainato, pronto a sferrare fendenti in ogni direzione. E poi, la nota più controversa: il suo invito ad Hamas di restituire gli ostaggi, minacciando di radere al suolo Gaza. Speriamo che i suoi consulenti gli abbiano fatto presente che Gaza è già rasa al suolo, e che, se proprio volesse, potrebbe continuare a bombardare per creare un “bucone” ancora più grande, ma con il rischio di trovarci sotto il petrolio, visto che Israele, in quasi due anni di bombardamenti, pare sia già arrivato sotto il livello del mare.

La domanda è: sarà tutto vero? O davvero, saranno “Trump nostri”?