Le scuse erano inevitabili. In conferenza stampa, accanto a Malagò, Roberto Mancini ha chiesto perdono agli italiani, promettendo di riconquistarne la fiducia dopo l’addio improvviso alla Nazionale, maturato davanti alle ricchissime offerte provenienti dall’Arabia Saudita.
Un gesto dovuto, quasi obbligato, per provare a ricucire uno strappo che, prima ancora che sportivo, è apparso emotivo. Ma davvero c’è da scandalizzarsi? Un uomo che sceglie il denaro invece dell’ideale non è certo una novità della nostra epoca. Anzi, è probabilmente la normalità.
La differenza è che quando accade a un personaggio pubblico, soprattutto a chi rappresenta la Nazionale, la delusione si trasforma facilmente in indignazione. Eppure sarebbe interessante chiedersi quanti, messi davanti a un contratto da decine di milioni di euro, avrebbero avuto la forza di dire no. Forse meno di quanti oggi puntano il dito. Questo non significa assolvere Mancini. Le responsabilità restano, così come resta discutibile il modo in cui maturò il suo addio. Una Nazionale non è un club qualsiasi: è un patrimonio collettivo, un simbolo che appartiene ai tifosi e alla storia del Paese.
Per questo le sue dimissioni furono vissute come un tradimento più che come una semplice scelta professionale. L’ipocrisia, tuttavia, continua a essere il vero avversario. Si invocano valori assoluti salvo poi piegarli alle convenienze personali quando l’occasione si presenta. Si celebrano fedeltà e appartenenza, ma si vive in una società dove il successo economico è diventato il principale metro di giudizio. È una contraddizione che attraversa non solo il calcio, ma l’intero tessuto sociale.
Ora, però, il tempo delle giustificazioni è finito. Parlare serve a poco: saranno il lavoro, i risultati e i comportamenti a dire se quelle scuse erano sincere oppure soltanto necessarie. La maglia azzurra ha bisogno di uomini prima ancora che di tecnici, di un gruppo che ritrovi orgoglio, identità e spirito di sacrificio. L’Italia del calcio ha costruito la propria leggenda sulla capacità di rialzarsi dopo le cadute. Quattro Coppe del Mondo non sono il frutto del caso, ma di una cultura sportiva fatta di carattere, disciplina e talento.
È da lì che bisogna ripartire, senza nostalgie ma anche senza dimenticare ciò che quella maglia rappresenta. Se le scuse di Mancini saranno l’inizio di una nuova storia o soltanto l’ultimo atto di una vicenda controversa lo dirà il tempo. I tifosi, come sempre, sapranno perdonare. Ma nel calcio, più che altrove, il perdono passa da una sola strada: quella del campo. E soltanto attraverso risultati, serietà e rispetto si potrà tornare a parlare di futuro, magari inseguendo davvero quel sogno chiamato quinta Coppa del Mondo.
Angelo Santoro