Mentire sapendo di mentire. È quanto accade di fronte a un’evidenza ormai desolante, documentata da immagini e reportage che raccontano una realtà sempre più surreale. Le telecamere mostrano una quotidianità spezzata, i giornalisti parlano di condizioni che superano l’orrore dell’Inferno dantesco. E mentre tutto questo accade sotto gli occhi del mondo, apprendiamo che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu avrebbe ottenuto l’approvazione di Donald Trump per l’invasione di Gaza. La guerra, si sa, ha sempre mostrato il volto dell’impensabile. Ma in questo caso si va oltre. Parlare di conquista, quando si tratta solo di macerie e resti umani, suona grottesco. Eppure, quel progetto che in molti avevano liquidato come una provocazione di cattivo gusto, torna prepotentemente alla ribalta. Ci riferiamo al video, circolato mesi fa, in cui Trump immaginava Gaza come una nuova località turistica, una sorta di Mar-a-Lago sul Mediterraneo, con lui e Netanyahu a conversare con il sigaro in bocca sulla spiaggia, come se fossero in California. Sembrava una provocazione, appunto. Una cafonata in pieno stile Trump. E invece era tutto vero. Oggi, come allora, la narrazione è quella di voler offrire una speranza ad una terra martoriata. Nei fatti, però, l’operazione somiglia sempre più a uno sgombero totale, con l’obiettivo di svuotare la città dei suoi abitanti, per poi sostituirli con ruspe e agenzie di marketing pronte a promuovere un nuovo luogo di vacanza a buon mercato per turisti occidentali. L’idea, a tratti surreale, è quella di trasferire temporaneamente i civili in un altro luogo, con la promessa di formarli, istruirli, magari offrire loro corsi di turismo. Per poi riportarli, un giorno, nella “nuova Gaza”, con tanto di patentino per vivere e lavorare felici. È una visione che disumanizza, che tratta gli esseri umani come greggi da spostare secondo stagioni e interessi. E ciò che lascia davvero sgomenti è l’assoluta inerzia dell’Occidente e dell’Europa, testimoni passivi di quella che potrebbe essere descritta come una deportazione di massa a fin di bene. Un paradosso che, nella mente di alcuni leader, appare persino razionale. Scrivere di tutto questo suscita sentimenti contrastanti. Riso amaro, disperazione, un senso di avvilimento profondo. Noi giornalisti ci troviamo a raccontare un’ingiustizia che nemmeno la più fervida immaginazione avrebbe potuto partorire. E pensare che, fino a poco tempo fa, sembrava solo una trovata kitsch, l’ennesima uscita di Trump. Ma ora è chiaro che Netanyahu non è soltanto un politico controverso: sempre più assume i tratti di un leader aggressivo, spavaldo, consapevole di poter esercitare pressioni e ricatti su scala globale. Basta guardare i numeri: sanzioni contro la Russia, 18. Sanzioni contro Israele, zero. Davvero siamo certi che Putin sia oggi più prepotente di Netanyahu?
E pensare che credevamo fosse solo una cafonata