Opinioni e commenti

È tornata la primavera.
Non a sinistra

Per la Sinistra europea l’inverno sembra non finire più. Incapace di ascoltare le aspirazioni popolari e di trarre profitto dallo scontento generale, la Sinistra si arena spesso in discorsi esteticamente validi ma concretamente improduttivi.
Non c’è più lotta di classe, ma soltanto ingiustizia, e non si tratta più di ribellarsi a qualcuno o qualcosa, ma solo di sopravvivere. Allora non si tratta più di far lavorare la ragione, ma di stimolare l’immaginazione, portandola verso l’innovazione. Così, per contribuire al superamento delle idee ormai radicate del capitalismo, la Sinistra dovrebbe provare a recuperare la piena titolarità di una prospettiva collettiva emancipatrice.
Partiamo dagli episodi pratici della vita quotidiana. Se discorriamo con qualcuno che ha appena subito un’ingiustizia, ci accorgiamo che la sua indignazione è morale, e non ancora politica: fintanto che ci si indigna, non si pensa politicamente al problema, né ai mezzi per risolverlo.
Certamente non c’è alcun processo politico senza emozione, ma l’emozione si politicizza solo attraverso il raffreddamento analitico: non c’è alcuna contestazione politica senza collera, ma la collera non diventa energia politica senza prima raffreddarsi. Solo così il nemico si trasforma “chimicamente” in avversario, e l’indignazione diventa pensiero.
Ma il pensiero, purtroppo, ancora non parla. Allora subentra l’ironia, che può essere un modo critico per inquadrare la tensione politica: l’ironia, infatti, presuppone una distanza dalle cose che è socialmente permessa e opportuna.
Comunque sia, la condizione dell’osservatore, ironico o meno, tiene la ragione a distanza di sicurezza dal punto caldo del conflitto.
Tuttavia, i leader di sinistra oggi non sono nei bus delle 6:15 che portano i lavoratori sottopagati al parcheggio del supermercato dove aspettano che le serrande si alzino, per prendere servizio e subire ogni giorno le vessazioni dei padroni. Non sono diretti indignati, insomma.
Oggi molti leader dei movimenti operai sono diventati perfetti borghesi. E l’opposizione di destra ne ride.
I borghesi sono calmi, gentili e ragionevoli perché non subiscono nulla di disdicevole. Ma se la politica è la forma ingentilita della collera, allora i borghesi sono più disposti dei non-borghesi alla politica, pur non avendo quell’urgente bisogno della politica che appartiene invece ai non-borghesi. Si tratta di un’aporia.
Ma aporia è anche constatare che si riesce a pensare politicamente a una situazione di urgenza sociale soltanto quando non si è in quell’urgenza, nonostante soltanto l’urgenza doni passione alla politica: è solo l’urgenza che crea le barricate. Dunque, ancora un’aporia: non esiste politica senza urgenza, ma non esiste politica duratura sulla base della sola urgenza.
Quindi i nuovi leader socialisti dovrebbero essere al contempo caldi e freddi; dovrebbbero combinare la giusta collera indignata alla giusta razionalità analitica. Se l’alleanza tra proletariato vessato e borghesia intellettuale ha fatto finora le prove politiche di sopravvivenza, adesso bisognerà mettere alla prova la proiezione sociologica di questa difficile accoppiata.
Quali sono i dati da cui partire? I comunisti francesi non hanno più alcun rappresentante eletto al parlamento europeo. Jeremy Corbin, per cinque anni leader del partito laburista, oggi siede tra i non-iscritti. Bernie Sanders, battuto da Trump negli Stati Uniti, ha visto crollare in meno di una settimana tutti gli ideali della sua campagna elettorale.
Altri nomi, come quelli di Blair, Clinton, Mitterrand, Craxi, Gonzales, Schroeder o Holland, provocano spesso un immediato rigetto, tanto che bisogna andare a ripescare tra le foto in bianco e nero alcuni grandi fatti di sinistra capaci di suscitare ancora nostalgia: il New Deal, il Fronte popolare, lo Spirito del ’45.
Due aspetti vanno ricordati: da una parte la Sinistra non solo non ha realizzato i suoi programmi, ma ha perfino coronato quelli dei suoi avversari; dall’altra, ogni volta che ha dovuto capitolare non è stato per una sommossa o per un esercito straniero, ma per uno strangolamento finanziario. Come diceva Yanis Varoufakis, la primavera di Atene è stata distrutta come quella di Praga: non dai carri armati, ma dalle banche. Spesso, inoltre, il nemico è interno. Basti ricordare quel vecchio ministro delle finanze socialista, Strauss-Kahn, che è diventato direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. O ancora tre socialisti molto vicini a Mitterrand: Jacques Delors diventato presidente della Commissione Europea, Michel Camdessus direttore generale del FMI e Henri Chavranski, presidente del comitato per il movimento dei capitali all’OCDE. Possiamo dire che l’Atto unico europeo, il partenariato pubblico/privato e le privatizzazioni, comprese quelle dei media, furono quindi (spesso) opera della Sinistra.
Una Sinistra i cui partiti, svuotati dei loro tesserati, non appaiono più come titolari del cambiamento, ma come macchine elettorali che incoraggiano le guerre tra i capi e i conflitti degli ego. Così, i manifestanti delle “primavere arabe”, quelli di “Occupy Wall Street” o i “Gilet Gialli” si sono tutti rifiutati di dotarsi di un leader (per evitare la personalizzazione), di stabilire gerarchie (per evitare l’autoritarismo) o candidarsi (per evitare compromessi).
Dopo decenni di tradimenti, molti “indignati” non si fidano più del sistema politico, che pure li aiuterebbe a sistematizzare il loro malcontento (vedi sopra), e preferiscono trincerarsi nel proprio idealismo pur di restare “puri”.
Ma in questo lungo inverno della Sinistra, la richiesta di purezza ha finito con l’azzerarne l’efficacia: dopo dozzine di sabati in strada, i Gilet Gialli non hanno ottenuto granché; dopo 15 anni da Piazza Tahrir, le primavere arabe si ritrovano sotto la dittatura di Al-Sisi.
L’equazione appae semplice: senza organizzazione non c’è influenza, e senza influenza non c’è risultato. Ci manca Turati, e la sua Politica delle Cose: perché cose da fare ce ne sono. Ma politici capaci di farle, meno.