Un recente studio ha attestato che se con il tocco della bacchetta magica si potessero raddoppiare gli accessi alla facoltà di Medicina non risolveremmo comunque il problema delle carenze per due motivi: il primo semplicemente perché ne vedremmo i primi effetti fra dieci anni ed il secondo, cosa assolutamente più rilevante, in un contesto di mercato del lavoro in sanità radicalmente cambiato, anche per coloro che sostengono di avere sfere di cristallo attendibili, sarebbe complicato predire quel futuro. Spesso ascoltiamo i politici che con grande disinvoltura acchiappano la fantasia dei profani dicendo semplicemente ‘aumentiamo gli ingressi nelle università’ come ad imitare il bravo Giobbe Covatta quando cita ‘basta poco che ce vò?’ senza considerare che dopo sei anni di corso di laurea ci vogliono ancora dai tre ai cinque anni di formazione. E, quindi, se davvero la bacchetta magica avesse un effetto immediato saremmo già nel 2035. Non solo, la sanità planetaria fra due lustri sarà tutta un’altra cosa e per convincerci di ciò è sufficiente guardarsi indietro di vent’anni e capire gli enormi balzi che sono stati fatti: oggi rispetto ad allora siamo nella fantascienza…proviamo ad immaginare cosa sarà tra dieci anni! Semplificare è sempre sbagliato, ma quando si tratta della vita delle persone la prudenza nel linguaggio dovrebbe essere assoluta. Ma torniamo al tema ingressi a Medicina: secondo una ricerca attendibile l’ampliamento dei posti disponibili previsti per la laurea in Medicina del 20% non risolverebbe l’attuale carenza di personale medico negli ospedali, tantomeno rallenterebbe la fuga dei laureati verso l’estero e soprattutto degli specialisti verso il settore privato. Lo studio effettuato cita testualmente:
“Un apprezzabile incremento degli ingressi al Corso di laurea in Medicina e Chirurgia potrebbe essere giustificato solo al fine di avviare un rafforzamento degli organici per far fronte ad eventuali nuove gravi emergenze sanitarie (personale specialista per terapie intensive e sub-intensive), alle esigenze derivanti dalla realizzazione del PNRR (personale medico per Ospedali e Case di Comunità) o all’incremento delle richieste di prestazioni sanitarie legate alla pressione epidemiologica indotta dall’invecchiamento progressivo della popolazione. In ogni caso, un aumento, come annunciato, del 20-30% delle iscrizioni a Medicina (da 2900 a 4800 nuove iscrizioni ogni anno), senza un intervento costoso sui corsi di formazione post-lauream, rischia di creare, tra 6 o 7 anni, un nuovo “imbuto formativo” e successivamente, persistendo le attuali limitazioni alle assunzioni del personale sanitario, un “imbuto lavorativo”, con circa 19mila ogni anno laureati a fronte di una offerta di formazione post-lauream ferma a 16.600 – di cui 14.500 contratti di formazione specialistica e 2.100 borse per la formazione in Medicina generale. E questo non farà altro che incentivare ulteriormente i medici a emigrare verso paesi europei o extraeuropei”.
Moltiplicare i posti a Medicina in tale contesto, quindi, rischierebbe di tradursi in uno sperpero di risorse in mancanza di prospettive occupazionali. Per questo si riterrebbe opportuno intervenire sulla riduzione del carico di lavoro nelle strutture ospedaliere, permettendo ai medici una maggiore libertà nella loro vita privata ed assolutamente un incremento progressivo degli stipendi per arrivare il più rapidamente possibile al livello medio europeo che, non dimentichiamolo, è superiore al nostro di circa il 50%. Ecco perché in questo contesto generale aumentare gli ingressi a Medicina sarebbe inutile.
Aumentare gli ingressi a Medicina sarebbe inutile