Bombe umanitarie, paracadute che schiacciano più che salvare, un Occidente paralizzato dalle proprie ipocrisie. La guerra a Gaza non è fatta solo di missili e fame, ma anche di una comunicazione che ha smesso di scuotere coscienze. Due anni di orrori hanno trasformato le coste del Mediterraneo in uno scenario inaccettabile, persino per un’epoca in cui tutto è visibile in tempo reale e nulla può più essere nascosto. Bombe di farina cadono dal cielo per “soccorrere” una popolazione che beve acqua marcia e riceve viveri in contenitori che persino i maiali rifiuterebbero. Possiamo raccontarla in mille modi ma questa è la realtà nuda e cruda di Gaza. Eppure ci si continua a chiedere perché tanto clamore mediatico sulla brutalità inflitta quotidianamente ai palestinesi da parte di Israele rispetto ad altre guerre, come quella scatenata dall’invasione russa dell’Ucraina. La risposta sta nella sproporzione. A Gaza, un popolo stremato, armato di pietre e fionde, affronta uno degli eserciti più tecnologici al mondo e viene schiacciato giorno dopo giorno. I bambini muoiono di fame e di sete mentre l’Ucraina, pur martoriata, riceve sostegno, armi, solidarietà internazionale e riesce in alcuni momenti persino a contrattaccare. La tragedia della guerra resta una ferita ovunque colpisca, ma a Gaza l’orrore ha superato ogni immaginazione. I racconti si fanno sempre più stanchi perché i pennini hanno finito l’inchiostro. L’atrocità è diventata routine. Se i notiziari smettessero di parlarne sembrerebbero improvvisamente vuoti. Intanto le immagini scorrono senza fine e la comunicazione cambia registro. Sullo sfondo paracadute piovono dal cielo e finiscono per calpestare chi li rincorre sperando in un pasto che allunghi la vita di qualche ora. L’Occidente osserva e condanna con le parole ma non agisce. Anzi, sì, agisce: lancia casse di pasta avvolte nella bandiera del Paese donatore come a dire “se non ci fossi io a darvi da mangiare”. Diciotto sanzioni contro Mosca, nessuna contro Israele. Inorridisce in silenzio davanti ad una carneficina quotidiana ma resta seduto, bicchiere di sherry in mano, a discutere con toni pacati se la parola giusta per Gaza sia o meno genocidio.
Nel silenzio delle diplomazie la conta dei morti cresce. E con essa, l’assuefazione.
Gaza è diventata la periferia morale del mondo. Lì dove la legge tace e la coscienza si spegne.