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Gaza nel silenzio della tregua: il pugno allo stomaco della realtà

Di Norsk Folkehjelp Norwegian People's Aid from Norway - gaza-nov-12-3, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=67588368

Per un anno e mezzo, abbiamo assistito a bombardamenti incessanti, a edifici ridotti in macerie, al caos e alla disperazione. Le nostre menti sono rimaste prigioniere di quel disastro, delle migliaia di vite spezzate dalla furia di una vendetta che non ha mai conosciuto tregua. Oggi, a poche ore dalla sospensione momentanea del conflitto, l’Occidente ha giustamente gioito per la liberazione di tre ostaggi, un gesto che ha commosso il mondo intero. Ci siamo preoccupati immediatamente per le loro condizioni di salute. Ma io, sinceramente, ho guardato altrove. Sono rimasto sconvolto dalle prime immagini che arrivano da Gaza: il silenzio assordante di una terra devastata, una desolazione che non ha bisogno di parole. I palestinesi, ormai privi di voce, si accalcano, silenziosi, mentre cercano di tornare a casa. Ma quale casa? Non c’è più nulla. Oltre il confine dell’orizzonte, un deserto di rovine, quelle che un tempo erano edifici, scuole, ospedali, luoghi di vita. Chi ricostruirà tutto questo? Chi restituirà la vita a decine di migliaia di bambini che in questa guerra hanno smesso di respirare, di giocare? Si parla di “effetti collaterali”, ma quale giustificazione può mai esserci per una simile devastazione? Per liberare pochi ostaggi, sono morti 50.000 ragazzini. Questo è l’Occidente che applaude a Netanyahu, celebrato da alcuni come un eroe? E se, in futuro, i palestinesi non rispetteranno la tregua, davvero crederanno che il suo ricominciare avrà un qualche valore? Mi chiedo: se ciò che è accaduto a Gaza fosse successo a Tel Aviv, quante vite sarebbero state richieste per placare la vendetta di Israele? Milioni, immagino. E se, come sembra inevitabile, la resistenza dovesse continuare, quante tendopoli dovranno essere costruite per poi essere distrutte, ridotte a bersagli? A Gaza, dopo la guerra, non rimane nulla. Nonostante abbia seguito gli eventi passo dopo passo, non posso fare a meno di restare sconvolto dalla crudeltà della situazione, come ha osservato Papa Francesco. È una lotta impari che ci rende tutti complici, ipocriti e vigliacchi. Anch’io, in tutta sincerità, mi sono sentito vigliacco per non aver raccontato abbastanza, per non aver fatto abbastanza. Ora l’Italia si offre di partecipare alla ricostruzione, destinando dieci milioni di euro. Forse costruiremo un centinaio di casette prefabbricate, un gesto simbolico, nulla di più. Un invito a una colletta internazionale. Che tristezza, che vergogna. Non possiamo ignorare che, se i palestinesi a Gaza si ribellano, il bombardamento riprenderà. Ma cosa distruggeranno ancora? Le tende? E allora verranno lanciati i vecchi Tomahawk comprati dagli Stati Uniti, a due milioni di dollari l’uno, per abbatterle? Siamo davvero certi che in magazzino ne siano rimasti? Perché, accidenti, i bambini di Gaza sono pericolosi.

Le parole di Giulio Andreotti, dopo una visita a un campo profughi in Libano negli anni ‘80, mi tornano alla mente: “Se anch’io fossi un profugo, farei il terrorista.”