Dopo il 25 ottobre, e subito dopo aver colpito l’ultimo ospedale a Gaza, Netanyahu, non sapendo più dove indirizzare i suoi attacchi, ha deciso di lanciare qualche missile verso l’Iraq, in risposta alle aggressioni subite. Ha evitato, però, di colpire i siti petroliferi e nucleari, come suggerito da Biden, con il tacito assenso di Trump, nella speranza che, prima del voto americano, nessuno si arrabbi davvero. La guerra-farsa tra Israele e Iran procede a rilento, con i contendenti che si avvisano per tempo e gli Stati Uniti, in veste di arbitro, a dettare le regole di questo conflitto controllato: dove, come e quando combattere, raccomandando però di non farsi troppo male. Nelle ultime ore, Joe Biden e Kamala Harris, rispettivamente Presidente e Vicepresidente degli Stati Uniti, in seguito all’ultimo attacco israeliano, hanno deciso di sospendere il “gioco”, metaforicamente portandosi via il pallone e dichiarando: “la partita è in stand by, l’Iran non deve rispondere”. Parole scelte accuratamente in vista delle imminenti elezioni americane: che nessuno disturbi l’arbitro! Intanto, Israele continua a bombardare Gaza, e ogni giorno il numero delle vittime civili aumenta, tanto che per alcuni la morte sembra essere ormai una liberazione. Anche il presidente francese Emmanuel Macron, di recente, ha perso la pazienza e ha detto a Netanyahu che la barbarie non si combatte con altra barbarie. Crescono i dubbi sulla stabilità emotiva del premier israeliano, il quale sembra trovare sollievo non nel prendere tranquillanti, ma nel rumore dei cannoni che bombardano a oltranza Palestina e Libano, con una predilezione costante per Gaza e il suo paesaggio ormai desolato. Scene spettrali, già viste ad Aleppo e, prima ancora, a Sarajevo. A Gaza non ci sono più ospedali, scuole, palazzi o strade da distruggere; le persone vagano senza meta, come zombie. Forse Netanyahu cerca cimiteri, altrimenti non si spiega questa ostinazione: sembra intenzionato a sparare sui morti, uccidendoli una seconda o una terza volta. Questo non è più un conflitto, ma una vera e propria “macelleria”. Quell’area è ormai crocevia dei servizi segreti di tutto il mondo. Possibile che nessuno riesca a catturare il Premier israeliano e portarlo davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per essere – non dico arrestato – ma almeno severamente redarguito? Magari con la bacchetta di legno, come nelle scuole elementari del dopoguerra. Nei giorni scorsi, in un servizio televisivo sul recente attentato di Ankara, veniva mostrata un’immagine di Öcalan, arrestato negli anni Ottanta, e si ricordava con orrore che, da allora, nella lotta armata tra turchi e curdi sono state uccise oltre 40.000 persone in quarant’anni. Ma in un solo anno, gli israeliani hanno ucciso 50.000 palestinesi, metà dei quali bambini. Scusate se ripetiamo queste cifre dell’orrore in ogni articolo, ma sembra che tutto ciò sia ormai considerato normale. A parte qualche tirata d’orecchi – che, del resto, a Netanyahu sono cresciute parecchio – l’Occidente, eccezion fatta per Macron, ha detto ben poco, limitandosi a un cauteloso: “Prudenza, caro Netanyahu, spara di meno…Gaza ormai è un cimitero!”
Gaza ormai è un cimitero