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Gaza: quando la guerra mette a tacere anche la pietà

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Di fronte ad una crisi umanitaria di tale portata, il silenzio rischia di diventare complicità. È tempo che tutte le coscienze, anche quelle più legate alla storia ebraica, trovino il coraggio di dire basta. L’attacco lanciato da Hamas contro Israele il 7 ottobre 2023 ha causato la morte di 859 civili e il rapimento di centinaia di persone. L’azione, pianificata con il supporto di altri gruppi armati palestinesi, ha provocato in totale 1.187 vittime, tra cui 278 soldati e 57 membri delle forze di sicurezza. Le modalità dell’attacco – uccisioni, violenze sessuali, rapimenti – hanno scioccato l’opinione pubblica internazionale. Solo pochi giorni prima, un alto funzionario israeliano si era recato in Arabia Saudita per discutere di un possibile avvio di relazioni diplomatiche tra i due Paesi: un segnale di apertura storica. Due eventi apparentemente scollegati, ma che possono essere letti attraverso una chiave comune: il sacrificio dei più vulnerabili in nome della strategia politica. Se da una parte l’aggressione del 7 ottobre ha segnato un punto di svolta tragico, dall’altra la risposta militare israeliana ha innescato una spirale di violenza che continua ancora oggi. Le stime sui morti nella Striscia di Gaza variano, ma si parla di decine di migliaia di vittime, tra cui un numero altissimo di minori. Alcuni osservatori riportano cifre tra i 50 e i 100 mila palestinesi ammazzati, in gran parte civili. In un contesto già segnato da povertà, sovrappopolazione e mancanza di infrastrutture, le condizioni di vita nella Striscia sono precipitate. Nonostante gli appelli della comunità internazionale e l’impegno costante di Papa Francesco, che ha seguito da vicino la situazione tramite il parroco cattolico di Gaza, gli aiuti umanitari faticano ad entrare. Israele, che controlla i valichi, è accusato di limitare severamente il flusso degli aiuti, e in alcuni casi di lasciarne la distribuzione addirittura ad Hamas, sollevando interrogativi etici e politici. I tentativi di dialogo tra mondi lontani – arabi ed ebrei – sembrano essersi infranti. L’autunno del 2023, che avrebbe potuto aprire uno spiraglio diplomatico, è stato oscurato dal ritorno della logica del conflitto. E in un Medio Oriente dove troppo spesso non si riconosce l’umanità dell’altro, la speranza di una convivenza pacifica appare ancora lontana. In questo contesto, molte voci si chiedono quale sia il ruolo della leadership israeliana. Le scelte del premier Benjamin Netanyahu sono oggetto di critiche crescenti, in patria e all’estero. La prosecuzione delle operazioni militari in aree densamente popolate, con un bilancio pesantissimo di vittime civili, ha sollevato accuse di sproporzione ed ha posto interrogativi sulla responsabilità politica e morale.

Colpisce il silenzio – almeno ufficiale – di buona parte della comunità ebraica internazionale di fronte ad una crisi che, oltre ai corpi, sembra colpire anche il senso di umanità. Quando muoiono bambini, quando si soffoca la pietà, la difesa della vita non può essere vincolata da appartenenze politiche o religiose. Ogni voce che si leva in favore degli ultimi è un passo verso la giustizia.