Il Fondo

Gaza, una rotta controvento

C’è qualcosa di profondamente anomalo, quasi poetico, in queste immagini: decine di imbarcazioni cariche di civili europei che solcano il Mediterraneo, non per fuggire dalla guerra, ma per avvicinarsi ad essa. Navigano verso Gaza, verso quel lembo di terra martoriato dove la parola “pace” è da tempo diventata un’eco lontana. È una rotta controvento. Una migrazione al contrario. A bordo non ci sono eserciti né armi, ma corpi disarmati e coscienze sveglie. Sono medici, attivisti, volontari, cittadini comuni. Persone che hanno deciso che restare in silenzio è diventato insopportabile. Persone che mettono il proprio corpo tra l’ingiustizia e l’oblio, sperando che la loro presenza possa ancora servire a qualcosa. Perché Gaza oggi non è solo un campo di battaglia. È il simbolo di una resistenza che rischia di spegnersi nell’indifferenza del mondo. Di una popolazione che, privata di ogni diritto, continua a sopravvivere tra le macerie con una dignità che grida. E se non la sentiamo, forse è perché ci siamo abituati al rumore della guerra più che al silenzio della coscienza. Questa flottiglia civile non porta con sé soluzioni. Non porta trattati, né promesse. Porta invece una domanda, semplice e disarmante: fino a quando continueremo a guardare altrove? C’è chi dice che questa missione potrebbe finire in tragedia. Che potrebbero morire anche degli occidentali, e che forse solo allora i governi si sveglieranno. È un pensiero duro, cinico, ma purtroppo non privo di fondamento: quante volte l’Occidente ha mosso un dito solo dopo aver visto il sangue dei propri cittadini? Nel frattempo, i grandi del mondo si muovono in silenzio. La diplomazia balbetta, le cancellerie tacciono, e la giustizia internazionale sembra inciampare nei suoi stessi meccanismi. È notizia recente il mandato d’arresto per Benjamin Netanyahu da parte della Corte Penale Internazionale. Ma basterà un documento a fermare il massacro? Oppure siamo di fronte all’ennesimo gesto simbolico, utile a placare le coscienze ma incapace di cambiare davvero le cose? In questa guerra si incrociano troppi interessi, troppi silenzi comprati, troppi giochi di potere che nulla hanno a che fare con la vita delle persone. Eppure, proprio per questo, quel piccolo esercito di barche che va verso Gaza è oggi una delle immagini più potenti della nostra epoca.

Sono fiammelle accese nel buio. Una speranza fragile, certo. Ma anche un monito per tutti noi: non possiamo più fingere di non sapere.