Quando sentiamo parlare delle ‘gesta’ dei disabili alle Paralimpiadi di Tokio 2020, ci sforziamo di ascoltare, capiamo di non poterne fare a meno, anche se preferiremmo di gran lunga argomenti diversi. Forse più frivoli? Non lo so, quello che so è che ogni giorno ci vede sempre più insoddisfatti: vorremmo tutto e subito, senza peraltro averne le possibilità, anche se molti pensano che un aperitivo con gli amici e una fumatina sia un diritto acquisito come una volta il latte e il pane. Non potendolo fare se la prendono con il mondo intero e diventano insofferenti a tutto…anche agli atleti paralimpici. Complici pure le università che con i loro quasi cinquemila corsi di laurea ti consegnano quel diploma ‘senza fatica’ che, ci puoi giurare, ti lascia disoccupato, ma giustifica l’aiuto della famiglia. Le mie osservazioni sono rivolte soprattutto a quei giovani che noi genitori siamo i primi a commiserare; proviamo a pensare quante volte durante la pandemia abbiamo detto ‘poverini’ ed i nostri figli hanno creduto di esserlo fino a subirne le conseguenze sia sotto il profilo sociale che psicologico. I genitori sessantottini, poi nonni, hanno permesso ai nipoti di indossare gli stivali delle sette leghe per sfuggire alle responsabilità, convincendoli che per campare senza pensieri bastava non rompessero le scatole: in cambio ci avrebbero pensato loro a pagare i telefonini, i divertimenti, movida con apericena e, perché no, qualche ‘fumatina’ di erba leggera…che male c’è! Come che male c’è, una volta i nostri bisnonni avrebbero detto ‘li abbiamo cresciuti senza spina dorsale!’. Arrivo al punto. Il punto sono i nostri ragazzi paralimpici che in questi giorni da Tokyo 2020 ci hanno raccontato cosa sia il sacrificio, il coraggio, la determinazione e come vincere una medaglia d’oro nel nuoto con un braccio solo, ed ancora ci hanno raccontato come studiare con profitto da non vedenti per una malattia che ti colpisce mentre frequenti le scuole elementari! Con profitto significa diplomarsi al liceo scientifico con il punteggio di 92 su 100, partecipare alle Paralimpiadi in Giappone, vincere due medaglie d’oro e superare d’un balzo il primato del mondo, vincere ancora due argenti ed un bronzo e nel frattempo trovare il tempo di iscriversi alla facoltà di psicologia…ed hai appena compiuto vent’anni. Ad esempio abbiamo preso Carlotta Gilli, ma vale per gli atleti paralimpici vincitori di medaglie e tutti gli altri che hanno partecipato per sfidare se stessi e dimostrare che la volontà non è una parola vuota. Però troviamo troppo impegnativo guardare i nostri schermitori paralimpici senza gambe…meglio le cose frivole! Ci soffermiamo all’aspetto fisico e non capiamo che se osservassimo la capacità di concentrazione, la voglia di superare se stessi di questi supereroi forse impareremmo qualcosa di utile per affrontare una vita che non è facile per nulla. Non è facile per quel 95% di ragazzi del ceto medio impoverito convinti che il loro futuro sia come quello del rimanente 5% di giovani benestanti, che messi tutti insieme, salvo eccezioni, non ha mai combinato nulla se non vivere vuoti come le zucche di Halloween. Per questo fior d’ipocrisia non abbiamo guardato le Paralimpiadi, le abbiamo sopportate solo perché gli atleti sono stati così bravi da coprirsi di gloria. Invece avremmo dovuto farlo, ma non per vedere la stoccata della schermitrice, medaglia d’oro due volte, Bebe Vio, ma la sua determinazione a lasciare alla storia le sue imprese, sia sportive che di vita. Si, gli atleti paralimpici ci insegnano, solo che siamo perennemente disattenti perché viviamo alla giornata…al massimo pensiamo allo spritz di domani!
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