Opinioni e commenti

Governabilità o governare per forza

Il quadro internazionale subirà dei significativi mutamenti dalla scellerata guerra portata da Putin nel cuore dell’Europa, contro una nazione sovrana come l’Ucraina. Determinerà uno sconvolgimento degli equilibri in cui la linea di demarcazione passerà sul confine che esiste tra democrazie e autocrazie. Certo tutto, o molto, dipenderà da come evolverà in concreto proprio la guerra, ma è certo che gli equilibri saranno sostanzialmente diversi da quelli ereditati dalla fine della seconda guerra mondiale e da quelli definiti dal crollo del muro di Berlino. Alcuni elementi possiamo già delinearli: l’alleanza atlantica, cappello sotto cui hanno trovato riparo nazioni dopo la guerra ma anche Paesi ex sovietici dopo il crollo del muro di Berlino, ha ritrovato vigore nella comune difesa dei valori fondanti dell’Occidente come libertà e democrazia. Già questo dovrebbe essere un indice chiaro del fallimento di Putin e la sua sindrome di accerchiamento. Temeva l’allargamento della NATO e per questo, sentendosi aggredito, ha invaso e bombarda l’Ucraina. Trascurando il significativo elemento che tale allargamento non è stato perpetrato con annessioni ed invasioni ma come risultato di libere scelte dei paesi. La famosa, troppo spesso considerata una variabile noiosa, autodeterminazione dei popoli.

Risultato: la Nato è più coesa di prima e paesi, storicamente non allineati, come Finlandia e Svezia trovano conveniente mettersi sotto il suo ombrello per garantirsi dalle scelleratezze di Putin.

Ma l’altro elemento che ne emerge con un ruolo ancor più marcato è la sostanziale unità di intenti dell’Unione Europea, dove è pur vero permangono sfumature di diverse specificità, ma è indubbio che per la seconda volta in tre anni, dopo la vicenda COVID, si staglia per questa struttura sovranazionale un ruolo importante nei nuovi equilibri mondiali. La gestione delle fasi che seguiranno nelle prossime settimane e mesi ci diranno se riusciremo a dare una svolta significativa alla struttura politica europea. Che con Macron, rafforzato dal successo elettorale, e Draghi, che riesce a spendere una significativa autorevolezza personale nel comune interesse del nostro Paese, hanno già posto delle serie basi per una linea politica comune nel solco dell’idea europeista del manifesto di Ventotene.

Da sempre, poi, gli scenari internazionali, a maggior ragione in momenti drammatici e profondi come una guerra, determinano dei significativi cambiamenti nei confini nazionali e nelle politiche che ne risultano.

Non sarà da meno ciò che accadrà anche in Italia. Dove però la situazione mostra una propria ulteriore specificità. Ovvero incontra un panorama in cui la politica è estremamente debole ed in cui il dibattito, da un trentennio, è più orientato al contingente che alla prospettiva, con detrimento del bene comune. Lo vediamo costantemente in questi giorni con le posizioni non sempre coerenti e logiche proprio sulla guerra.

In Italia il crollo del Muro di Berlino si è portato dietro la fine della politica come capacità di costruire visioni di prospettiva per il Paese, rannicchiandosi nella ricerca smodata del consenso declinato nella necessità di governare contro il blocco politico avverso e mai per una idea di futuro nell’interesse del Paese. Situazione che ci ha consegnato una debolezza istituzionale favorendo la crescita, sia sul versante sociale che in quello politico, di forme pervasive di populismo declinate finanche in chiave sovranista.

Il benessere conquistato dopo la seconda guerra mondiale, la libertà e la democrazia che abbiamo avuto l’onore di ereditare dai nonni e dai padri che l’hanno conquistata spesso a costo del proprio sangue, ci ha resi un popolo asettico, incline ad esaltare ogni specifica particolarità senza mai considerarla parte di un quadro generale.

Ovvero democrazia e libertà, ormai considerati valori consolidati, sono diventati valori di cui dobbiamo esaltare gli aspetti negativi, che ci sono ovviamente, senza curarsi, però, che possano essere rimessi in discussione!

Si privilegia cioè, quella che, rispetto a questi valori, chiamo “agiatezza” dello scontato.

È venuta meno, cioè, la tensione morale necessaria a consolidare giorno per giorno questi valori che, ci insegnano proprio in nostri avi, non dobbiamo dare per scontati ma “manutenere” quotidianamente.

Allora il dibattito pubblico è inevitabilmente ripiegato sulla diatriba quotidiana su questo o quell’altro tema a seconda che la cronaca lo releghi in prima pagina od in ultima.

In questo contesto sono spariti, o ne sono rimaste esigue tracce, i partiti che più hanno contribuito, ognuno con la propria specificità, a costruire il Paese: DC, PCI, PSI, laici.

Partiti che avevano una storia, un contesto culturale e sociale di riferimento, che si muovevano in una direttrice di marcia che teneva conto degli equilibri internazionali e su questi costruivano la propria idea di sviluppo.

Di volta in volta, invece, sono emersi partiti monotematici utili a cavalcare o argomenti di nicchia o la montante protesta del momento. Sintetizzando si spiegano così la nascita della Lega. Prima indipendentista e forgiata sull’idea di un nord produttivo contro un centro sud sprecone e parassitario, per arrivare poi ad una visione sovranista in cui tutto ciò che è diverso dall’identita’ italiana (politico, sociale, culturale e religioso) è negativo.

Ma anche il M5S la cui unica base ideale era una aggressione, fors’anche intrisa di invidia, verso l’establishment politico istituzionale considerato, non sempre a torto, l’artefice di tutte le nefandezze possibili.

Perché sostengo che forse questo M5S era intriso da invidia? Perché è stato sufficiente sedersi nei posti del potere, per dimenticarsi dell’aggressione allo stesso e perpetrare esattamente i comportamenti che si diceva di voler abbattere!

La scomparsa dei grandi partiti e la presenza di movimenti culturalmente evanescenti ha reso la governabilità semplicemente una lotta per governare il Paese purchessia.

Per questo da un trentennio assistiamo a coalizioni di governo (!!), complice anche l’impianto elettorale maggioritario su una costituzione parlamentare, che si fronteggiano l’uno per impedire all’altro di governare. Non già per affermare una idea di Paese con una prospettiva di lungo respiro. Per questo da tempo abbiamo coalizioni illogiche ed incoerenti che, condividendo il presupposto di sconfiggere l’avversario, non esplicano la capacità di governare in modo coeso. Inciampando alla prima differenziazione identitaria che potrebbe rischiare di far perdere consensi all’uno o all’altro partito che compone queste coalizioni eterogenee. Da qui una ossessiva ricerca del consenso elettorale fine a se stesso, basandosi sugli umori momentanei del “popolo” ma utili a far spostare l’ago della bilancia dei sondaggi per una crescita o una diminuzione di questo o quel partito. Da democrazia parlamentare a democrazia dei sondaggi.

Per la prima volta, dal crollo del Muro di Berlino, dopo la rivoluzione giudiziaria ed i nefasti esiti di cui non parleremo qui, e più e diversamente dallo scenario post crollo delle Torri Gemelle a New York, il nostro Paese si trova ad un bivio esiziale.

Come strutturarsi internamente, sul piano politico, culturale ma anche sociale ed economico, rispetto alle implicazioni che giocoforza i nuovi equilibri internazionali determineranno? E qui risiede la necessaria crescita in senso di maturità del nostro Paese e della classe dirigente di cui disponiamo. Sono o non sono in gioco i valori ideali che hanno formato la nostra Repubblica e forgiato la vita ed il benessere post bellico dell’Europa e del mondo occidentale? La mia risposta, rispetto all’imperialismo di Putin, è affermativa. E se così stanno le cose, come a me pare, come delineare una proposta di governabilità?

Bene, anzitutto, questa la mia opinione, è necessario chiarire che oggi a maggior ragione, è determinante concepire la conquista del governo non come una competizione a chi vince, ma come la volontà di fornire agli italiani una visione di futuro: considerare le autocrazie un valido ed alternativo modello di governo? Considerare prevalente l’interesse economico commerciale rispetto alla garanzia dei diritti democratici e civili? Considerare che l’ispirazione a libertà e democrazia siano un vezzo riservato solo a chi già ne gode oppure una legittima aspirazione per l’auto determinazione dei popoli?

Si dirà che alcuni dei quesiti che ho posto non attengano ad un principio minimale di governo nazionale. Tutt’altro! Sono quesiti le cui risposte sono dirimenti rispetto a quale società vogliamo consegnare ai nostri figli. E la risposta a questi quesiti è oggi dirimente per delineare il quadro politico coerente che si propone di governare il Paese col sano principio della governabilità e non con l’obiettivo di governare sempre.

Per questo continuo a reputare dirimente che in Italia, oggi, si definisca una alleanza coesa di simili, anche se non uguali, ma con chiari obiettivi di lunga gittata, di prospettiva e solo nell’interesse del Paese.

Molto dipenderà dalla legge elettorale, anche se difficilmente quella in essere sarà modificata in senso puramente proporzionale. E se rimarrà la stessa, a maggior ragione, dovrà prevalere la necessità di offrire al Paese una proposta di governo seria in grado di governare e non che il giorno dopo la vittoria già si frantuma per le battaglie identitarie di partiti o movimenti che si mettono insieme per basso cabotaggio ovvero conquistare più seggi ma senza capacità di usarli per una prospettiva che travalichi il contingente!

E se questa logica significa rischiare di perdere la competizione elettorale, credo debba essere intesa come fisiologica dinamica politica democratica.

In poche parole, mi verrebbe da sottoporre questo quesito: è disponibile il Pd, in quanto maggior partito di centrosinistra, a rischiare di non governare ma di mettere in piedi una alleanza coesa, seria, coerente che si ispiri all’Atlantismo ed all’europeismo e che tenga quindi la bussola in mano dei valori occidentali contro le autocrazie ed i regimi illiberali ed i loro tentativi di sedurre e ingannare anche il nostro tessuto politico-culturale? Oppure in alternativa prevarrà il risultato minimo di “impedire che gli altri governino anche se poi noi non saremo in grado di governare efficacemente”?

Esito positivo alla prima domanda significa tagliare il cordone ombelicale con il M5S e le sue ambiguità ed opacità nei rapporti con la Russia e nella disinvoltura che mostra nel maneggiare temi delicati col solo scopo di seguire i sondaggi e gli editti del capo politico Travaglio.

Esito positivo alla seconda domanda significa perpetrare l’errore trentennale di avere il governo come fine e non come strumento e quindi piegare e modellare i valori in nome di un compromesso al ribasso per accontentare le paturnie di un tribuno comico e di un oscuro ed opaco avvocato di provincia.

La mia risposta, la lascio implicita ma ovviamente è chiara!

 

Aldo Repeti

Direzione Nazionale